Non sappiamo più dire cosa proviamo: l’allarme degli psicologi
Ansia, rabbia e tristezza finiscono dentro slogan e frasi fatte. Un’indagine Unobravo-Ipsos Doxa fotografa le difficoltà degli italiani nel riconoscere e raccontare le proprie emozioni. E un dizionario al contrario invita a riscoprire le parole dei sentimenti
Siamo diventati bravissimi a raccontarci attraverso le parole dei social, un po’ meno a spiegare che cosa succede davvero dentro di noi. Diciamo di essere in overthinking, ci definiamo procrastinatori seriali, dichiariamo di essere emotivamente a pezzi. Espressioni immediate, spesso ironiche e perfette per una storia su Instagram, che tuttavia rischiano di appiattire esperienze molto diverse. Dietro una battuta, infatti, possono nascondersi ansia, vergogna, stanchezza, paura o un bisogno di aiuto che non riusciamo a riconoscere.
È questa la contraddizione al centro della crisi del linguaggio emotivo: comunichiamo continuamente, ma non sempre sappiamo descrivere quello che proviamo. A evidenziarla è un’indagine realizzata nel 2026 da Unobravo insieme a Ipsos Doxa, dedicata all’educazione emotiva in Italia. I dati delineano una difficoltà che attraversa le generazioni e affonda le radici anche nell’ambiente familiare, dove impariamo, oppure non impariamo, a riconoscere e nominare i sentimenti.
Secondo la ricerca, soltanto un italiano su quattro dichiara di aver ricevuto un’educazione emotiva. Appena due persone su dieci ricordano genitori capaci di aiutarle a dare un nome alle proprie emozioni. Eppure, oltre tre italiani su quattro riconoscono che l’educazione emotiva ricevuta ha influenzato il loro modo di relazionarsi con gli altri. Il paradosso è evidente: ciò che abbiamo imparato, o non abbiamo imparato, da bambini continua a condizionare la nostra vita adulta.
L’educazione emotiva che manca in famiglia
La difficoltà non riguarda soltanto il vocabolario, ma anche la possibilità di esprimere apertamente il proprio disagio. Il 58% degli intervistati racconta di essere stato scoraggiato dall’esprimere le emozioni attraverso frasi come «non piangere» oppure «devi essere forte». Messaggi apparentemente innocui, talvolta pronunciati con l’intenzione di proteggere, che possono insegnare a nascondere la tristezza anziché comprenderla.
Il problema emerge anche tra i più giovani. Nella Generazione Z, più di un ragazzo su quattro ammette di avere difficoltà a parlare in famiglia di tristezza o rabbia. Non significa che le nuove generazioni siano necessariamente meno empatiche o più fragili delle precedenti. Potrebbero, piuttosto, disporre di molti strumenti per comunicare e incontrare maggiori difficoltà quando devono raccontare emozioni che non si lasciano ridurre a una formula pronta all’uso.
L’indagine raccoglie anche le osservazioni dei professionisti della salute mentale. Tra i terapeuti con oltre dieci anni di esperienza, quattro su dieci riferiscono di percepire un progressivo impoverimento della capacità dei pazienti di descrivere i propri stati emotivi. Il 68% segnala difficoltà nell’esprimere le emozioni, mentre soltanto il 4% indica l’empatia tra le competenze meno sviluppate.
La distinzione è importante. Essere incapaci di raccontare ciò che si prova non equivale necessariamente a non sentire nulla o a essere indifferenti agli altri. Una persona può provare un sentimento intenso senza riuscire a identificarlo con precisione, oppure può intuire che qualcosa non va senza trovare le parole per spiegarlo.
Quasi otto professionisti su dieci individuano nella provenienza da famiglie poco abituate a parlare di emozioni uno dei principali fattori associati a questa difficoltà. Quasi sette su dieci osservano inoltre che la fatica nel riconoscere i propri vissuti può ostacolare la comprensione del disagio e la comunicazione del bisogno di aiuto. Per circa il 30% degli intervistati, questo meccanismo può contribuire a rimandare il momento in cui si decide di rivolgersi a uno specialista.
Non si tratta, dunque, di una semplice questione lessicale. Se non sappiamo distinguere la paura dalla rabbia, la delusione dalla vergogna o la stanchezza dalla tristezza, rischiamo di interpretare male ciò che ci accade. E quando il disagio rimane indistinto, diventa più difficile capire che cosa lo alimenta e quale cambiamento potrebbe aiutarci.
L’Emozionario: il dizionario che parte dalle frasi dei social
Per affrontare questa difficoltà, Unobravo propone Emozionario – Il non dizionario delle emozioni, un progetto che ribalta il funzionamento dei vocabolari tradizionali. Invece di partire dalla definizione di un sentimento, prende in esame le espressioni che utilizziamo ogni giorno e invita a domandarsi che cosa si nasconda davvero dietro quelle parole.
L’iniziativa arriva in occasione della Giornata mondiale della salute mentale, che si celebra il 10 ottobre. L’obiettivo non è correggere il linguaggio dei giovani o mettere al bando le espressioni nate online. Il progetto vuole piuttosto trasformare quelle formule in un punto di partenza per esplorare emozioni spesso più articolate di quanto suggerisca una singola frase.
Prendiamo l’espressione «sono in overthinking totale». La utilizziamo quando pensiamo troppo, rimuginiamo su una conversazione o immaginiamo in anticipo ogni possibile disastro. Ma dietro quel continuo lavorio mentale potrebbe esserci l’ansia, un’emozione legata alla paura e all’anticipazione di ciò che potrebbe accadere.
L’ansia non indica necessariamente che siamo incapaci di affrontare una situazione. Può rappresentare una risposta di allerta, che prepara il corpo ad affrontare un ostacolo. Riconoscerla permette di passare da un generico «sto impazzendo con i pensieri» a una domanda più utile: che cosa temo, esattamente, che possa succedere?
Un altro tormentone è «sono piena rasah», espressione ironica che racconta l’esasperazione quando la pazienza sembra arrivata al limite. Dietro la battuta può esserci insofferenza, una forma di rabbia meno intensa ma capace di accumularsi fino a diventare esplosiva. Chiedersi che cosa ci abbia portato a quel punto può aiutare a individuare il problema prima che la tensione degeneri.
Anche dichiararsi «in modalità zombie» sembra una descrizione efficace, ma lascia aperte diverse interpretazioni. Potremmo essere semplicemente stanchi, annoiati o privi di energie. Potremmo anche provare tristezza e senso di colpa perché sentiamo di non aver utilizzato il tempo come avremmo voluto.
Una giornata trascorsa sul divano non rappresenta necessariamente un problema. Se, però, la sensazione di essere scarichi si prolunga e interferisce con la vita quotidiana, può essere utile fermarsi a capire che cosa stia succedendo e parlarne con qualcuno.
Procrastinare non significa essere pigri
Tra le espressioni esaminate dall’Emozionario compare anche «sono un procrastinatore seriale». Una definizione che sembra spiegare tutto, ma rischia di trasformare un comportamento in un tratto immutabile della personalità.
Rimandare un impegno non dipende sempre dalla pigrizia o dalla mancanza di disciplina. In alcuni casi, la procrastinazione serve a evitare un’emozione spiacevole associata al compito: la paura di fallire, il timore del giudizio, la vergogna di non essere all’altezza.
La differenza non è secondaria. Se ci convinciamo di essere fatti così, possiamo finire per considerare il problema impossibile da cambiare. Se invece proviamo a capire quale sensazione stiamo evitando, possiamo iniziare a intervenire sul meccanismo che ci blocca.
Lo stesso ragionamento vale per la gelosia. La frase «sono geloso perché ti amo» tende a presentare un sentimento come una prova d’amore, quasi che la paura di perdere qualcuno giustificasse qualsiasi comportamento.
La gelosia, però, è un’emozione, mentre controllare il telefono del partner, pretendere spiegazioni continue o limitare la sua libertà sono azioni. Possiamo provare paura di essere abbandonati senza trasformarla in controllo. Comprendere l’origine di un sentimento non significa giustificare ogni comportamento che ne deriva.
È proprio qui che il linguaggio emotivo mostra la sua utilità. Dare un nome a ciò che proviamo non serve soltanto a descriverci meglio, ma anche a distinguere il sentimento dalle reazioni che scegliamo di mettere in atto.
Dare un nome alle emozioni aiuta a comprenderle
L’importanza di riconoscere le emozioni trova riscontro anche nella ricerca scientifica. Una revisione pubblicata nel 2025 sul Journal of Psychiatric Research ha esaminato 98 studi sottoposti a revisione scientifica dedicati alla cosiddetta emotional granularity, cioè la capacità di identificare e distinguere con precisione i propri stati emotivi. Gli autori hanno individuato associazioni tra una maggiore precisione emotiva e diversi indicatori di funzionamento psicologico e benessere.
La distinzione tra emozioni simili può fare la differenza nella vita quotidiana. Dire «sto male» comunica un disagio, ma lascia aperte molte possibilità. Dire «sono deluso perché mi aspettavo un riconoscimento», «sono in ansia perché temo di sbagliare» oppure «sono arrabbiato perché mi sento ignorato» aiuta a individuare meglio l’esperienza e le sue possibili cause.
La stessa ricerca scientifica evidenzia che le difficoltà nel riconoscere e descrivere le proprie emozioni possono accompagnarsi a una minore precisione nell’identificazione dei vissuti negativi. Uno studio pubblicato nel 2018 e disponibile su PubMed Central ha analizzato questo rapporto in 108 partecipanti, osservando un’associazione tra alessitimia, minore consapevolezza emotiva e minore capacità di distinguere le emozioni negative.
L’Emozionario di Unobravo propone proprio questo esercizio: rallentare per qualche istante, guardare le parole che utilizziamo e domandarci se corrispondono davvero a quello che sentiamo. A volte, dietro una frase pronunciata per scherzo, si nasconde qualcosa che merita maggiore attenzione.
Non occorre rinunciare all’ironia dei social, né trasformare ogni conversazione in una seduta di psicoterapia. Può bastare iniziare con una domanda semplice, ma tutt’altro che banale: «Come sto davvero?».
Se la risposta fa emergere un disagio persistente, parlarne con una persona fidata o con un professionista della salute mentale può rappresentare un passo importante. Perché il problema non è usare parole nuove per raccontare le emozioni, ma fermarsi alle parole senza provare a capire che cosa ci stanno dicendo.
Di Dario Lessa
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