Banane, cioccolato e vino: gli alimenti che resistono all’inflazione

Dal 2021 il carrello della spesa è diventato più caro del 29,5%, ma alcuni prodotti (alimenti rifugio) hanno resistito all'inflazione: ecco quali sono

by Dario Lessa
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Banane, cioccolato e vino: gli alimenti che resistono all’inflazione

Dal 2021 il carrello della spesa è diventato più caro del 29,5%, ma alcuni prodotti (alimenti rifugio) hanno resistito all’inflazione: ecco quali sono

C’è una piccola rivoluzione dentro il carrello della spesa degli italiani. Non riguarda le abitudini alimentari, né qualche nuova ossessione salutista. Riguarda il prezzo.

Tra luglio 2021 e luglio 2026, secondo una simulazione del Sole 24 Ore condotta su 31 prodotti alimentari, la spesa settimanale di una famiglia composta da una coppia e un figlio sarebbe passata da 100 a 129,50 euro.

Significa un aumento del 29,5% in cinque anni, superiore al 21,1% dell’inflazione generale considerata nello stesso periodo dalla simulazione. 

Dentro il supermercato esistono quelli che potremmo chiamare gli “alimenti rifugio”: prodotti che hanno resistito meglio all’inflazione e hanno visto crescere il prezzo meno della media.

La definizione è naturalmente giornalistica, non economica. Ma rende bene l’idea: mentre alcuni alimenti hanno preso l’ascensore, altri hanno preferito le scale, mantenendo rincari sorprendentemente contenuti.

Zucchine e caffè, la spesa quotidiana che pesa di più

Sul fronte opposto, la classifica dei rincari racconta un supermercato decisamente meno indulgente. Le zucchine guidano la corsa con un aumento del 51% rispetto a luglio 2021.

Il prezzo indicato dalla simulazione arriva a 2,19 euro al chilo, trasformando un alimento ordinario in uno dei simboli più evidenti dell’inflazione alimentare degli ultimi cinque anni.

Subito dietro compare il caffè tostato, passato da 11,64 a 17,55 euro al chilo. L’incremento raggiunge così il 50,9%, praticamente lo stesso livello registrato dalle zucchine.

Non va meglio per l’olio extravergine d’oliva, il cui prezzo passa da 4,73 a 6,97 euro al litro. L’aumento arriva al 47%, mentre l’olio di girasole limita il rincaro al 26,1%.

Anche patate, pomodori e fragole mostrano aumenti importanti. Le prime salgono del 43,5%, i pomodori del 45,4% e le fragole addirittura del 48,1%.

I dati ufficiali dell’Istat mostrano comunque una fotografia più recente e diversa: a luglio 2026 l’inflazione generale italiana si è attestata al 2,9% su base annua, mentre i prezzi del cosiddetto carrello della spesa sono cresciuti dell’1%.

L’emergenza dei prezzi si è attenuata, ma il livello raggiunto dai listini resta molto più alto.

Banane e mele diventano gli alimenti rifugio

E qui arrivano le sorprese. Nel mondo della frutta, le mele Golden hanno registrato un incremento del 13,8% in cinque anni.

Ancora più interessante il caso delle banane, aumentate appena del 14,1%. In un supermercato dove molti prezzi hanno corso molto più rapidamente, la banana assume quasi il ruolo di bene rifugio.

Anche la colazione conserva alcune zone di relativa tranquillità. I cereali aumentano del 16,9%, mentre il miele sale del 19,2%.

Il latte fresco, invece, si ferma al 20,9%, appena sotto la soglia del 21,1% indicata come riferimento dalla simulazione.

Poi arriva il capitolo che probabilmente farà sorridere più di un consumatore. La birra cresce del 17,1%, mentre il vino da tavola registra un incremento appena dell’1,8%.

Con un prezzo indicato in 1,93 euro per 100 centilitri, il vino da tavola diventa così il prodotto con il rincaro più contenuto tra quelli considerati.

Non è però l’unico piccolo miracolo del carrello. Anche il cioccolato in tavolette, nonostante le tensioni internazionali sulle materie prime, registra un aumento del 18,9%.

Banane, vino, cioccolato, cereali e miele finiscono così dalla parte inattesa della barricata. Non sono diventati economici, naturalmente. Sono semplicemente aumentati meno degli altri.

Perché alcuni alimenti hanno resistito all’inflazione

Dietro questi numeri non esiste una spiegazione unica. I prezzi alimentari dipendono da produzione agricola, energia, trasporti, condizioni climatiche, disponibilità delle materie prime, costi industriali e andamento internazionale delle commodity.

Negli ultimi anni la geopolitica ha aggiunto ulteriore instabilità. L’invasione russa dell’Ucraina ha contribuito alla crisi energetica europea, mentre le successive tensioni internazionali hanno alimentato nuove pressioni su petrolio, carburanti e trasporti.

A tutto questo si somma il cambiamento climatico, che rende più fragile la produzione agricola e introduce una variabile sempre meno marginale nei prezzi dei prodotti freschi.

Il clima, del resto, non è più soltanto una questione ambientale. Quando siccità, temperature estreme o precipitazioni anomale colpiscono un raccolto, la conseguenza può arrivare rapidamente anche sullo scaffale del supermercato.

Il rafforzamento di El Niño previsto nel 2026 aggiunge ulteriori interrogativi. Secondo un report del Climate Prediction Center citato da Tgcom24, tra ottobre e dicembre esisterebbe una probabilità del 69% di un evento particolarmente intenso, superiore a quelli storici precedenti.

Il vero problema è il nuovo livello dei prezzi

Un’inflazione che rallenta non significa che i prezzi tornino automaticamente ai livelli precedenti. Significa soltanto che stanno aumentando più lentamente.

È una distinzione fondamentale, spesso sfuggente nel dibattito quotidiano. Se un prodotto è diventato molto più costoso negli anni precedenti e oggi aumenta soltanto dell’1%, il consumatore continua comunque a pagare il prezzo più alto raggiunto.

Il carrello della spesa racconta dunque una storia più concreta delle percentuali astratte. Racconta la trasformazione del potere d’acquisto attraverso caffè, olio, verdura, frutta, latte, cioccolato e vino.

E, soprattutto, mostra che l’inflazione non è uguale per tutti. Perché mentre le zucchine corrono al 51%, una banana si accontenta del 14,1% e una bottiglia di vino da tavola quasi non si muove.

Persino davanti all’inflazione, il supermercato conserva una sua aristocrazia. E stavolta, curiosamente, a comandare non sono caviale e champagne, ma banane, cioccolato e vino.

Di Dario Lessa

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