Chi ha tradito il Louvre? La risposta è assurda
Louvre, clamorosa indiscrezione: la password di sicurezza del museo era “Louvre”
Un furto da quasi 90 milioni di euro in meno di otto minuti: il colpo al Musée du Louvre si sta rivelando una monumentale, imbarazzante, e tragicomica falla nella sicurezza di uno dei patrimoni culturali più importanti del mondo. Il vero scoop che sta facendo tremare i vertici parigini oltre alla dinamica del colpo, con i ladri che pare abbiano usato un montacarichi rubato, è l’incredibile leggerezza che ha aperto la strada ai malviventi. Secondo un’inchiesta esplosiva del quotidiano Libération, la chiave che sbloccava l’accesso ai server della videosorveglianza del celebre museo era semplicemente: “Louvre”. Sì, avete letto bene. La password per un sistema che doveva blindare la sicurezza digitale di collezioni di valore inestimabile era il nome stesso dell’istituzione. Un dettaglio che, se confermato in via definitiva, suonerebbe come la beffa finale in una vicenda già ricca di ombre. Documenti interni, risalenti addirittura a un rapporto del 2014, avevano già messo in guardia i gestori sulle vulnerabilità gravi del sistema informatico, avvertendo che un accesso non autorizzato avrebbe potuto „rendere più facile il furto di opere d’arte“. Una profezia che si è tragicamente avverata, trasformando il tempio dell’arte in una sorta di cassaforte con la combinazione scritta sulla porta. La ministra della Cultura, Rachida Dati, non ha potuto che prendere atto dell’evidenza, parlando di “errori sistemici e di lunga durata” e ammettendo che il rischio era stato “strutturalmente sottovalutato”. Mentre l’inchiesta sull’incredibile debolezza informatica è sbattuta in prima pagina, l’attenzione della Procura di Parigi, guidata da Laure Beccuau, si concentra sulla caccia ai ladri. E anche qui, emergono indiscrezioni sorprendenti che smentiscono l’ipotesi iniziale di un commando di super professionisti della criminalità organizzata internazionale. La pista principale, infatti, ha portato all’arresto di una coppia convivente, un uomo di 37 anni e una donna di 38, entrambi con figli, fermati nella periferia nord di Parigi. I due, noti alle forze dell’ordine per precedenti di piccola criminalità, avrebbero profili ben distanti da quelli che ci si aspetterebbe dai mandanti di un colpo così sofisticato. Tracce di DNA di lui sarebbero state trovate sul cestello dell’elevatore usato per trasportare i gioielli, ma l’uomo nega un coinvolgimento diretto nella rapina. Un dettaglio che alimenta il rumor di un gruppo di esecutori ben più ampio e ancora da scovare, ma che per la Procura non sembra aver avuto complici interni al museo. Se l’accesso al sancta sanctorum è stato facilitato da una parola d’ordine così ridicola, c’è da chiedersi se fosse davvero necessario un „basista“. Il Louvre, a quanto pare, aveva già fatto tutto da solo.
A cura di Dario Lessa
Leggi anche: Hackerare un pacemaker: l’omicidio 2.0