Hikikomori, l’Italia del silenzio: 200mila giovani chiusi nelle loro stanze
Smartphone e social amplificano l’ansia sociale, i primi segnali a scuola. Una realtà in crescita che porta conseguenze psicologiche, sociali ed economiche
In Italia, secondo le stime più recenti, circa 200mila giovani vivono una condizione di isolamento estremo che prende il nome di hikikomori. Il termine, nato in Giappone negli anni Ottanta, significa letteralmente “stare in disparte” e descrive chi si ritira volontariamente dalla vita sociale per lunghi periodi, rinchiudendosi nella propria stanza e interrompendo i rapporti con scuola, lavoro, amicizie e persino con la famiglia. È un fenomeno complesso, che intreccia fragilità psicologiche individuali, fattori sociali e culturali, e che nel nostro Paese sta assumendo proporzioni sempre più preoccupanti.
Lo psicologo Marco Crepaldi, tra i massimi esperti italiani del tema, spiega che «smartphone e social network non sono la causa diretta, ma amplificano un disagio già presente. L’ansia sociale e la paura di essere giudicati trovano nel mondo virtuale un rifugio, un luogo in cui sentirsi al riparo da confronti dolorosi». I primi segnali si manifestano spesso a scuola, con cali improvvisi di rendimento, assenze frequenti e rifiuto del contatto con i compagni. Non si tratta soltanto di timidezza o di difficoltà temporanee: è un progressivo distacco dalla realtà, che rischia di trasformarsi in isolamento totale.
Secondo l’Istituto Superiore di Sanità e l’Associazione Hikikomori Italia, tra gli adolescenti italiani sarebbero già decine di migliaia i casi conclamati, con un’incidenza in aumento del 20% dopo la pandemia da Covid-19. Il lockdown e la didattica a distanza hanno infatti contribuito a normalizzare la chiusura in casa, rafforzando il meccanismo di ritiro nei ragazzi più vulnerabili. Alcune ricerche condotte dal Consiglio Nazionale delle Ricerche stimano che tra gli studenti delle scuole superiori oltre 50mila siano già in condizioni di isolamento grave, mentre altre analisi arrivano a indicare che il fenomeno coinvolga fino a un giovane su dieci nella fascia tra i 14 e i 19 anni.
La cronaca restituisce episodi che rendono evidente la drammaticità della situazione. A Torino, una madre ha denunciato la condizione del figlio diciottenne che da oltre un anno non usciva più dalla sua stanza, vivendo esclusivamente di notte davanti al computer. A Napoli, invece, un sedicenne è stato soccorso dopo mesi di assenza dalla scuola: erano stati i vicini a dare l’allarme, preoccupati dal silenzio assoluto nell’appartamento. Storie simili emergono sempre più spesso, raccontando di famiglie isolate insieme ai loro figli, intrappolate in un disagio difficile da condividere e affrontare.
Il fenomeno degli hikikomori non ha solo conseguenze psicologiche e sociali, ma anche economiche. L’abbandono scolastico, il mancato ingresso nel mondo del lavoro e la necessità di assistenza continua rappresentano un costo crescente per le famiglie e per lo Stato. In un Paese già segnato dall’invecchiamento demografico e dalla riduzione della forza lavoro giovanile, perdere decine di migliaia di ragazzi in età formativa significa ipotecare parte del futuro economico e produttivo.
Oggi l’Italia sta cercando di reagire con progetti sperimentali in alcune regioni, programmi di sostegno psicologico e iniziative di sensibilizzazione. Ma la strada resta lunga, perché riconoscere il problema è il primo passo, intervenire in tempo è la vera sfida. Il rischio è che queste stanze chiuse diventino un simbolo di un’intera generazione lasciata sola, quando invece proprio lì si dovrebbe costruire il futuro.
A cura di Dario Lessa
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