Operai specializzati: non pervenuti
Quattro colloqui su dieci restano deserti: il 64% degli imprenditori fatica a trovare le figure giuste
Il paradosso del mercato del lavoro italiano si fa sempre più evidente: da un tasso di disoccupazione che continua a preoccupare alle imprese che non riescono a reperire le professionalità di cui avrebbero bisogno per crescere. Secondo l’ultimo rapporto della Cgia di Mestre, il 64% degli imprenditori denuncia difficoltà nel reclutare personale specializzato. Un dato che fotografa nitidamente l’emergenza in corso rivelando anche un disallineamento profondo tra la formazione dei lavoratori e le necessità delle aziende.
Il fenomeno si manifesta in modo tangibile durante le selezioni: quattro colloqui su dieci vengono annullati o rimangono senza candidati. Le figure più richieste, e al tempo stesso più rare, appartengono al mondo della meccanica, dell’elettronica, della logistica e dell’edilizia. Operai saldatori, tecnici della manutenzione, elettricisti e autisti qualificati sono ormai introvabili, al punto che molte imprese, soprattutto nel Nord, rinunciano a commesse per l’impossibilità di potenziare l’organico.
Dietro a questa carenza non c’è solo un problema di offerta formativa. Pesano anche fattori culturali e retributivi. I giovani faticano a considerare attrattive professioni manuali che richiedono sforzo fisico e orari spesso rigidi, mentre gli stipendi non sempre compensano la complessità e la responsabilità del lavoro. Il risultato è una frattura che rischia di bloccare interi settori produttivi in un momento in cui la domanda di competenze tecniche è invece in aumento, complice la transizione digitale ed energetica.
Gli imprenditori, da parte loro, invocano un rafforzamento del legame tra scuola, formazione professionale e tessuto industriale. L’idea è quella di colmare il divario tra le competenze effettivamente insegnate e quelle richieste dal mercato, avvicinando gli studenti ai mestieri attraverso percorsi di apprendistato e stage mirati. Senza un cambio di rotta, avverte la Cgia, l’Italia rischia di perdere competitività, non per mancanza di lavoro, ma per mancanza di lavoratori pronti a svolgerlo.
A cura di Dario Lessa
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