Pressione fiscale, nel 2026 record da dieci anni: Milano in testa

L'aliquota complessiva sale al 43% secondo le stime della Cgia di Mestre. Milano guida la classifica dell'Irpef media versata, davanti a Roma, Monza e Brianza. Ma famiglie e microimprese hanno beneficiato di tagli fiscali per oltre 33 miliardi di euro

by Dario Lessa
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Pressione fiscale, nel 2026 record da dieci anni: Milano in testa

L’aliquota complessiva sale al 43% secondo le stime della Cgia di Mestre. Milano guida la classifica dell’Irpef media versata, davanti a Roma, Monza e Brianza. Ma famiglie e microimprese hanno beneficiato di tagli fiscali per oltre 33 miliardi di euro

La pressione fiscale in Italia torna a salire e nel 2026 potrebbe raggiungere il 43%, il livello più alto degli ultimi dieci anni. A evidenziarlo è l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che ricostruisce l’evoluzione del prelievo tributario e contributivo, distinguendo l’andamento complessivo dai benefici ottenuti da famiglie e piccole attività economiche.

Mentre aumenta il rapporto tra entrate fiscali e prodotto interno lordo, una parte consistente dei contribuenti ha beneficiato di misure di alleggerimento. A compensare questi interventi hanno contribuito anche l’aumento dell’occupazione e il maggiore gettito proveniente da banche, assicurazioni e grandi imprese.

Pressione fiscale al 43%, il massimo dell’ultimo decennio

Secondo le stime della Cgia, la pressione fiscale dovrebbe passare dal 42,9% del 2025 al 43% nel 2026. Un incremento contenuto in termini percentuali, ma significativo se inserito nella traiettoria degli ultimi anni.

Nel 2022, prima dell’insediamento del governo guidato da Giorgia Meloni, il rapporto si attestava al 41,6%. Rispetto a quel livello, la previsione per il 2026 segna quindi un aumento di 1,4 punti percentuali.

La pressione fiscale misura il rapporto tra il totale delle imposte e dei contributi sociali e il Pil. Non indica, dunque, quanto paga individualmente ogni cittadino, né dimostra da sola che tutte le famiglie abbiano subito un aumento delle tasse.

Il dato aggregato risente infatti di diversi fattori: il numero degli occupati, l’andamento dei redditi dichiarati, i profitti delle imprese e le entrate contributive. Per questo un aumento della pressione fiscale può convivere con una riduzione delle imposte per determinate categorie di contribuenti.

Milano è la città dove si paga più Irpef

La geografia del prelievo fiscale conferma il primato economico di Milano. Secondo i dati relativi ai redditi del 2024, ricavati dalle dichiarazioni presentate nel 2025, ogni contribuente milanese ha versato mediamente 9.066 euro di Irpef.

La cifra supera di oltre 1.500 euro quella registrata a Roma, seconda in classifica con 7.536 euro. Seguono Monza e Brianza, con 7.100 euro, Bolzano con 6.975 e Bologna con 6.846 euro. La media nazionale si ferma invece a 5.788 euro.

Il divario tra Milano e il dato italiano è notevole: il contribuente del capoluogo lombardo versa mediamente 3.278 euro in più, circa il 56,6% oltre la media nazionale. Il confronto riguarda gli importi medi dichiarati e versati, non un’aliquota locale più elevata applicata indistintamente a tutti.

La classifica riflette soprattutto la concentrazione di redditi medio-alti nelle aree economicamente più dinamiche. Dove stipendi, compensi professionali e redditi complessivi sono maggiori, tende infatti a crescere anche l’imposta personale sul reddito.

Redditi più alti, imposte più elevate

I dati sui redditi dichiarati confermano il legame tra capacità economica e gettito Irpef. La Città metropolitana di Milano occupa il primo posto, con un reddito complessivo medio di 34.803 euro.

Seguono Bologna con 30.686 euro e Monza e Brianza con 30.578. Completano le prime posizioni Lecco, con 29.906 euro, Bolzano con 29.846, Parma con 29.771 e Roma con 28.643 euro.

La corrispondenza tra redditi elevati e maggiori versamenti non sorprende. L’Irpef è un’imposta progressiva: all’aumentare del reddito imponibile, le fasce più alte vengono tassate con aliquote marginali superiori. Il sistema prevede inoltre detrazioni e deduzioni che possono modificare il carico effettivo.

Non bisogna tuttavia confondere la media provinciale con la situazione del singolo contribuente. All’interno della stessa città convivono redditi molto diversi, patrimoni differenti e condizioni familiari che incidono sull’imposizione finale.

Il maggiore gettito delle aree più ricche non significa automaticamente che ogni residente paghi più imposte rispetto a un cittadino del Sud con un reddito analogo. Per confrontare correttamente due contribuenti servono infatti reddito imponibile, composizione familiare, agevolazioni e tipologia di reddito.

Al Sud si paga meno, ma si guadagna anche meno

In fondo alla graduatoria dell’Irpef media compaiono diverse province caratterizzate da redditi dichiarati più bassi. Crotone registra un versamento medio di 3.867 euro per contribuente, seguita da Vibo Valentia con 3.836 euro, Sud Sardegna con 3.743 e Ragusa con 3.689 euro.

Il confronto con Milano restituisce differenze importanti. A Crotone l’importo medio è inferiore di 5.199 euro, circa il 57,3% in meno rispetto ai 9.066 euro del capoluogo lombardo.

Sarebbe però fuorviante interpretare questi numeri come una semplice classifica delle città più o meno tartassate. Il minore versamento medio nelle province meridionali dipende in larga misura da redditi più contenuti e da una diversa struttura economica e occupazionale.

Un prelievo inferiore non equivale necessariamente a un maggiore benessere. Se alla minore imposta corrispondono stipendi più bassi, minori opportunità professionali e una base occupazionale più debole, il vantaggio fiscale può risultare soltanto apparente.

Resta inoltre aperta la questione della qualità dei servizi pubblici. Trasporti, istruzione, assistenza sociale, infrastrutture e opportunità culturali incidono concretamente sulla vita quotidiana, ma il rapporto tra tasse pagate e servizi ricevuti non si può stabilire soltanto attraverso le medie dell’Irpef.

Quasi 43 milioni di contribuenti Irpef

La platea dei contribuenti conferma il peso dell’imposta personale sul reddito nel sistema italiano. Secondo i dati riportati dalla Cgia, sono quasi 43 milioni gli italiani che versano l’Irpef.

La componente più numerosa è quella dei lavoratori dipendenti, con circa 24,1 milioni di contribuenti. Seguono i pensionati, che raggiungono 14,5 milioni, mentre le partite Iva considerate nella rilevazione sono poco più di 1,6 milioni.

Quest’ultima cifra richiede una precisazione: non comprende necessariamente tutti i lavoratori autonomi, soprattutto quelli che aderiscono al regime forfettario e pagano un’imposta sostitutiva secondo regole differenti.

Anche la distribuzione territoriale dei contribuenti rispecchia il peso demografico ed economico delle grandi aree urbane. La Città metropolitana di Roma conta circa tre milioni di contribuenti, Milano ne registra 2,5 milioni e Napoli si colloca al terzo posto con 1,7 milioni.

Famiglie e microimprese, tagli fiscali per 33,3 miliardi

L’aumento della pressione fiscale complessiva non cancella gli interventi che hanno ridotto il prelievo su determinate categorie. Secondo la ricostruzione dell’Ufficio studi della Cgia, le misure fiscali adottate negli ultimi anni hanno alleggerito il carico su famiglie, lavoratori autonomi e microimprese.

Il beneficio complessivo viene quantificato in 45,7 miliardi di euro. Considerando le risorse già stanziate dai governi precedenti e le misure temporanee, il vantaggio attribuibile al periodo esaminato si attesta a 33,3 miliardi.

Tra gli interventi figurano la riduzione del cuneo fiscale sul lavoro dipendente, la revisione degli scaglioni Irpef e le agevolazioni riservate ai lavoratori autonomi. Il risultato cambia a seconda della categoria, del reddito e della situazione individuale: non tutti i contribuenti hanno ricevuto lo stesso beneficio.

Il taglio delle imposte, inoltre, non coincide con una riduzione automatica della pressione fiscale nazionale. Quest’ultima comprende anche i contributi sociali e tiene conto dell’insieme delle entrate rispetto al Pil, mentre gli sgravi riguardano specifiche imposte e gruppi di contribuenti.

Nuovi occupati, banche e grandi imprese sostengono il gettito

Per spiegare la crescita delle entrate, la Cgia richiama anche l’aumento dell’occupazione. Negli ultimi quattro anni, secondo la sua analisi, gli occupati sono cresciuti complessivamente di circa 1,1 milioni di unità.

Più persone al lavoro significano una base contributiva più ampia e, quando i redditi sono imponibili, maggiori entrate attraverso l’Irpef. L’effetto dipende naturalmente dalle retribuzioni, dalla tipologia contrattuale e dall’effettivo ammontare dei contributi versati.

Un altro contributo arriva dal maggiore carico tributario sostenuto da alcuni grandi soggetti economici, in particolare banche, compagnie assicurative e imprese di grandi dimensioni. Le misure adottate nei confronti di questi comparti hanno contribuito, secondo la ricostruzione della Cgia, alla crescita del gettito.

Non è quindi corretto attribuire l’intero aumento della pressione fiscale a un incremento generalizzato delle imposte sulle famiglie. La variazione nasce dalla combinazione di più fattori, che comprendono occupazione, redditi, contributi e prelievo sulle imprese.

Il vero nodo è quanto si paga e cosa si riceve

La questione decisiva resta il rapporto tra prelievo e qualità dei servizi. Pagare di più può risultare sostenibile quando si accompagna a infrastrutture efficienti, assistenza accessibile e opportunità concrete; diventa invece più difficile da accettare quando il cittadino non percepisce un ritorno adeguato.

Di Dario Lessa

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