Crisi energetica: il mondo si prepara al ritorno dell’austerity
Il blocco dello Stretto di Hormuz innesca rincari record e misure drastiche in Asia e Africa, mentre l’Europa prepara i piani di emergenza.
Il ricordo corre spontaneamente all’autunno del 1973, quando le domeniche a piedi e le città semibuie segnarono la memoria di un’intera generazione durante la crisi dello Yom Kippur. Oggi lo spettro di quella stagione difficile torna a presentarsi a causa delle tensioni in Iran e della minaccia di chiusura dello Stretto di Hormuz. Questo braccio di mare rappresenta una vena vitale per l’economia globale, poiché da qui transita quotidianamente circa un quinto del petrolio consumato in tutto il mondo. Sebbene non si sia ancora toccato il picco del trecento per cento di rincari vissuto cinquant’anni fa, l’attuale impennata dei prezzi sta già spingendo molte nazioni verso un razionamento forzato delle risorse.
L’emergenza tra Asia e Africa
L’Asia appare attualmente come il fronte più caldo di questa nuova emergenza energetica, essendo il continente che dipende maggiormente dalle esportazioni provenienti dal Golfo Persico. Nelle Filippine il governo ha già proclamato lo stato di emergenza nazionale, riducendo drasticamente la settimana lavorativa dei dipendenti pubblici a soli quattro giorni per limitare gli spostamenti. In Myanmar le autorità hanno ripristinato il sistema delle targhe alterne per i veicoli privati, mentre la Corea del Sud ha imposto limiti rigorosi all’uso delle auto di servizio. Queste decisioni riflettono una vulnerabilità strutturale che colpisce anche il Bangladesh, dove il taglio del 30% alla spesa energetica negli uffici governativi ha portato allo spegnimento sistematico delle luci non necessarie.
Anche il sud-est asiatico sta adottando strategie creative per evitare il collasso economico totale sotto il peso delle bollette e dei carburanti. L’Indonesia ha limitato l’acquisto di benzina per i privati a un massimo di cinquanta litri giornalieri, dimezzando contemporaneamente i viaggi ufficiali dei funzionari dello Stato. In Malesia si punta con decisione sullo smart working, permettendo a chi risiede lontano dagli uffici amministrativi di Kuala Lumpur di lavorare da casa fino a tre giorni a settimana. Lo scenario non appare meno critico in Africa, dove le economie più fragili stanno già affrontando i primi pesanti razionamenti dei consumi elettrici. L’Egitto ha deciso di imporre la chiusura anticipata alle ore 21.00 per bar e ristoranti, riducendo drasticamente l’illuminazione pubblica nelle principali strade del Cairo. Contemporaneamente, lo Zambia ha dichiarato l’emergenza per le forniture di cherosene, prevedendo che il costo del carburante utilizzato per l’aviazione civile possa salire di oltre il 50%.
La risposta dell’Unione Europea
L’Unione Europea osserva con crescente preoccupazione questa escalation, consapevole che la crisi attuale potrebbe rivelarsi molto più strutturale rispetto a quella vissuta nel 2022. Il commissario Ue all’Energia, Dan Jørgensen, ha recentemente dichiarato in un’intervista al Financial Times che Bruxelles sta elaborando piani dettagliati per affrontare scenari peggiori. “L’Unione Europea si sta preparando agli scenari più difficili, anche se non siamo ancora arrivati al punto di dover razionare prodotti critici come il diesel,” ha spiegato il commissario. Dan Jørgensen ha tuttavia esortato i 27 Stati membri a seguire le raccomandazioni dell’Agenzia internazionale per l’energia, che includono la riduzione della velocità in autostrada e il car sharing. Nonostante le rassicurazioni ufficiali, i primi segnali di austerity iniziano a manifestarsi concretamente anche all’interno dei confini comunitari attraverso iniziative dei singoli governi nazionali. La Slovenia ha già introdotto limiti stringenti alla vendita di carburante, fissando tetti massimi di 50 litri per i cittadini privati e 200 litri per le attività imprenditoriali.
Di Dario Lessa
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