Si ritorna al carbone: gli effetti della crisi di Hormuz gelano il clima

Mentre il gas scarseggia e i prezzi volano le vecchie centrali tornano a dominare i mercati energetici globali

by Dario Lessa
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Si ritorna al carbone: gli effetti della crisi di Hormuz gelano il clima

Mentre il gas scarseggia e i prezzi volano le vecchie centrali tornano a dominare i mercati energetici globali

I pilastri della transizione ecologica faticosamente costruiti negli ultimi anni sono messi a dura prova dal nuovo panorama energetico che si sta delineando. La crisi esplosa nello Stretto di Hormuz ha agito come un acceleratore violento riportando al centro della scena il carbone proprio mentre l’Europa sognava un futuro verde. L’attacco degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran ha innescato una reazione a catena che oggi costringe le nazioni a fare i conti con una dipendenza fossile mai davvero risolta.

La situazione in Asia e in Europa

In Asia la situazione appare strutturale poiché il carbone copre ancora la metà del fabbisogno energetico totale e i governi locali riaccendono impianti ormai dismessi. Sebbene il solare sia diventato la principale fonte elettrica dell’Unione Europea nell’estate del 2025 il ritmo degli investimenti necessari non garantisce ancora la sicurezza nazionale. L’Italia ha già scelto di posticipare l’addio definitivo alle sue centrali a carbone fino al 2038 confermando quanto sia difficile abbandonare questa risorsa economica.

Economia di guerra e rinnovabili

La storia della transizione energetica si scontra oggi con la dura realtà dei bilanci statali che devono finanziare le crescenti spese per la difesa. Per raggiungere gli obiettivi climatici servirebbero centinaia di miliardi di euro ogni anno ma la crisi mediorientale sta drenando le risorse verso settori meno sostenibili. Mentre il gasolio supera abbondantemente la soglia dei due euro al litro gli scaffali dei supermercati rischiano di svuotarsi per l’impennata dei costi logistici globali. Chi ha investito con decisione nelle rinnovabili come la Spagna gode oggi di una protezione maggiore contro le oscillazioni dei prezzi del gas naturale. Al contrario i paesi che hanno mostrato timidezza nell’installazione di parchi eolici o pannelli fotovoltaici soffrono maggiormente il ricatto energetico delle potenze straniere che controllano gli idrocarburi. In questo scenario di austerity generale molti cittadini potrebbero presto rimpiangere di aver ostacolato i progetti di energia pulita per ragioni puramente estetiche o burocratiche. Negli Stati Uniti figure come Jim Grech di Peabody Energy costruiscono fortune immense cavalcando l’onda del ritorno del carbone sotto la protezione dell’amministrazione Trump. I ricavi dell’azienda americana potrebbero raddoppiare entro il 2026 grazie alle richieste disperate che arrivano dai mercati asiatici come Giappone e Taiwan. Il carbone rimane purtroppo l’unica opzione di emergenza per un mondo che non ha saputo prepararsi in tempo alla fine dell’era dei combustibili fossili tradizionali.

Di Dario Lessa

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