Gaza: il pesante flop finanziario del Board of Peace
La transizione dal lusso sfrenato a un campo profughi temporaneo evidenzia il fallimento dei capitali internazionali nella Striscia
Il Board of Peace, presentato all’inizio del 2026 come il principale strumento finanziario per la ricostruzione di Gaza, si trova oggi a fare i conti con una realtà profondamente diversa rispetto agli annunci iniziali. Il progetto, che avrebbe dovuto mobilitare almeno miliardi di dollari per trasformare la Striscia in un moderno polo urbano e turistico, si è progressivamente ridotto fino a prevedere un semplice campo profughi temporaneo come progetto pilota.
Il ridimensionamento rappresenta uno dei più evidenti scostamenti tra aspettative e risultati registrati negli ultimi mesi nel panorama della cooperazione internazionale. L’idea di una “Riviera Gaza”, rilanciata dal presidente statunitense Donald Trump come simbolo della futura rinascita economica dell’area, lascia così spazio a un intervento emergenziale, lontano dagli investimenti infrastrutturali e immobiliari prospettati durante la fase di lancio.
Il crollo dei finanziamenti
Dal punto di vista economico, il dato più significativo riguarda la raccolta delle risorse finanziarie. Alla costituzione del Board, avvenuta il 22 gennaio, Washington aveva annunciato un contributo diretto di miliardi di dollari, affiancato da ulteriori miliardi attesi da nove Paesi partner, tra cui Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Marocco e Azerbaigian. Complessivamente, il fondo avrebbe quindi dovuto raggiungere una disponibilità di almeno miliardi di dollari, cifra considerata necessaria per sostenere una ricostruzione su larga scala.
A sei mesi di distanza, tuttavia, il divario tra obiettivi e risultati appare enorme. Le casse del Board risultano praticamente vuote e l’unico contributo effettivamente versato ammonta a soli milioni di dollari, provenienti da Emirati Arabi Uniti e Marocco. La raccolta reale rappresenta appena lo rispetto ai miliardi inizialmente annunciati, una distanza che evidenzia la difficoltà di trasformare gli impegni politici in risorse concrete.
Anche la gestione delle somme disponibili ha attirato attenzione. I milioni di dollari sono stati infatti depositati su un conto della banca privata statunitense JPMorgan Chase, mentre il Gaza Reconstruction and Development Financial Intermediary Fund, collegato alla Banca Mondiale, continua a non disporre delle risorse necessarie per avviare programmi di ricostruzione su larga scala.
Il nodo politico e il circolo vizioso
Sul piano politico, il principale ostacolo continua a essere rappresentato dalla situazione della sicurezza nella Striscia. Secondo quanto riferito da Euronews, Jared Kushner avrebbe ribadito durante una videoconferenza con ministri europei e arabi che una ricostruzione strutturale richiederebbe una radicale riforma dell’assetto locale. La permanenza di Hamas viene considerata dagli investitori internazionali un elemento di rischio che rende estremamente difficile mobilitare capitali pubblici e privati.
Si crea così un evidente circolo vizioso economico. Senza condizioni di sicurezza non arrivano gli investimenti, ma senza investimenti diventa complicato ricostruire infrastrutture, creare occupazione e finanziare una forza internazionale capace di stabilizzare il territorio. Una dinamica che rallenta ogni prospettiva di sviluppo e aumenta l’incertezza per i potenziali finanziatori.
Le difficoltà emergono anche sul fronte operativo. Il piano originario prevedeva la costituzione di una forza internazionale composta da circa uomini incaricati di garantire la sicurezza durante la ricostruzione. Finora, però, sarebbero stati individuati meno di venti ufficiali, provenienti principalmente da Marocco e Kosovo, incaricati di seguire esclusivamente il progetto pilota nel sud della Striscia. La distanza tra il contingente previsto e quello effettivamente disponibile supera il , confermando il forte rallentamento dell’iniziativa.
La trasformazione del Board of Peace riflette quindi una revisione delle priorità economiche. I grandi investimenti immobiliari, le strutture turistiche di lusso e i complessi residenziali lasciano spazio a un intervento limitato, pensato soprattutto per gestire l’emergenza umanitaria piuttosto che per rilanciare l’economia locale. In termini finanziari, il progetto passa da una logica di sviluppo pluriennale a una strategia di contenimento temporaneo.
Secondo indiscrezioni riportate dal quotidiano britannico The Guardian, il mantenimento del Board avrebbe anche una funzione politica. Evitare una chiusura ufficiale del progetto consentirebbe di scongiurare l’apertura di scenari alternativi sostenuti dalle componenti più radicali del governo israeliano, mantenendo formalmente aperto un percorso internazionale di ricostruzione, pur in assenza delle risorse necessarie per renderlo operativo.
L’evoluzione del Board of Peace dimostra quanto sia complesso trasformare annunci di grande impatto in programmi economicamente sostenibili. Tra promesse miliardarie, finanziamenti mancati e obiettivi progressivamente ridimensionati, il progetto evidenzia come la ricostruzione di Gaza continui a dipendere soprattutto dalla stabilità politica, dalla sicurezza e dalla capacità della comunità internazionale di tradurre gli impegni diplomatici in investimenti concreti.
Di Dario Lessa
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