Il fisco italiano e l’8 per mille

Alla Chiesa cattolica oltre 1 miliardo, solo 376 milioni allo Stato

by Financial Day 24
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Il fisco italiano e l’8 per mille

Alla Chiesa cattolica oltre 1 miliardo, solo 376 milioni allo Stato

Con la stagione delle dichiarazioni dei redditi 2025 ormai nel vivo, emergono dati significativi su come gli italiani destinano la quota dell’8 per mille dell’IRPEF. Anche quest’anno, la maggior parte dei contribuenti che hanno espresso una scelta ha deciso di devolvere questa parte dell’imposta alla Chiesa cattolica, che incassa oltre 1 miliardo di euro. Al contrario, allo Stato italiano spettano solo 376 milioni, un dato che solleva interrogativi sul rapporto tra cittadini, istituzioni e fiducia nella gestione pubblica delle risorse.

L’8 per mille è una quota dell’imposta sul reddito delle persone fisiche che i contribuenti possono destinare a una confessione religiosa o allo Stato. Il meccanismo, introdotto nel 1985 con la revisione del Concordato tra Italia e Santa Sede, si basa sulle scelte espresse nella dichiarazione dei redditi. Tuttavia, uno degli aspetti più controversi è che i fondi vengono ripartiti anche sulla base delle scelte non espresse: chi non decide a chi destinare l’8 per mille, di fatto, contribuisce indirettamente a rafforzare la quota di chi lo ha fatto. Questo sistema premia in modo sproporzionato gli enti religiosi, in particolare la Chiesa cattolica, che gode di una macchina organizzativa capillare e radicata nel territorio per promuovere la firma a suo favore.

Nel 2025, circa il 70% delle firme espresse è andato alla Chiesa cattolica, confermandone il predominio storico. Questo dato riflette sia una radicata tradizione culturale e religiosa, sia una scarsa consapevolezza delle alternative tra i cittadini. Molti contribuenti, infatti, ignorano che destinare l’8 per mille allo Stato significa contribuire a iniziative sociali, culturali o di emergenza umanitaria, che rientrano nella missione pubblica dello Stato stesso. Ma l’efficacia della comunicazione istituzionale in merito è sempre stata debole, e il risultato è un progressivo indebolimento della quota statale, che nel 2025 si ferma appunto a soli 376 milioni di euro.

La sproporzione tra le somme destinate alla Chiesa e quelle allo Stato alimenta un dibattito economico e politico non nuovo, ma che oggi si rinnova alla luce di un contesto fiscale più teso. In un momento in cui si discute di tagli alla spesa pubblica, di compressione dei servizi essenziali e di necessità di risorse per sostenere la sanità e il welfare, la scelta di affidare alla Chiesa oltre un miliardo di euro dell’IRPEF solleva domande legittime su equità, trasparenza e priorità. Da un lato, le confessioni religiose, in particolare la cattolica, svolgono indubbiamente un ruolo sociale rilevante, gestendo opere caritative, scuole, ospedali e centri di accoglienza. Dall’altro, la destinazione di risorse pubbliche a enti privati, sebbene riconosciuti, chiede maggiore controllo sull’effettivo utilizzo dei fondi e sulla rendicontazione.

Il tema assume un peso ulteriore considerando il fatto che solo una minoranza dei contribuenti esprime una scelta consapevole sull’8 per mille. La stragrande maggioranza non firma, e la loro quota viene comunque ripartita in base alle scelte degli altri. In termini economici, questo significa che una percentuale ridotta della popolazione finisce per decidere la destinazione di un intero gettito fiscale. Una dinamica che apre riflessioni critiche sul principio di rappresentatività fiscale e sulla necessità di riformare il sistema, introducendo magari una destinazione obbligatoria individuale o modificando il meccanismo di ripartizione delle scelte inespresse.

In definitiva, i dati della dichiarazione dei redditi 2025 sull’8 per mille raccontano molto più di una semplice preferenza tributaria: rivelano i rapporti di forza tra istituzioni religiose e Stato, mettono a nudo limiti strutturali del sistema fiscale italiano e pongono sul tavolo un interrogativo centrale per il futuro del Paese. In un momento storico in cui ogni euro di gettito conta, forse è il momento di riaprire seriamente il dibattito su come e a chi destiniamo le nostre imposte.

A cura di Dario Lessa
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