Il pranzo da casa? La “schiscia” vale due stipendi
Portare il pranzo da casa diventa una strategia economica che libera risorse e rafforza il potere d’acquisto delle famiglie italiane
Portare il pranzo da casa cambia in modo significativo l’equilibrio economico di molte famiglie italiane, perché riduce una spesa quotidiana diventata sempre più rilevante con l’aumento dei prezzi. Secondo l’analisi di Bravo, chi sceglie la “schiscia” (“schiscia” o “schiscetta” è un termine dialettale milanese che indica un pranzo al sacco da consumare durante la pausa pranzo) può risparmiare fino a 3.200 euro l’anno, trasformando un gesto semplice in un beneficio pari a quasi due mensilità.
Le differenze territoriali
Nel Nord Italia il vantaggio supera spesso i 3.400 euro annui grazie a costi medi dei pasti più elevati, mentre nel Mezzogiorno il risparmio si ferma poco sotto i 2.800 euro. Il rapporto tra risparmio e retribuzione cambia però lo scenario nazionale, perché a Vibo Valentia la scelta del pranzo domestico permette di recuperare oltre il 22% dello stipendio annuale. La decisione di rinunciare al ristorante durante la pausa pranzo assume così un valore economico concreto, poiché sostiene la liquidità familiare e libera risorse utili in un periodo di forte incertezza.
Nel complesso, per un pasto fuori casa (ad esempio in un bar o ristorante per la pausa pranzo) la spesa media nazionale si aggira attorno agli 11 euro secondo le stime recenti. Se consideriamo un pasto completo — primo piatto, acqua e caffè — le cifre variano sensibilmente a seconda della zona geografica: al Nord si registra un costo medio di circa 16 euro, mentre al Sud la media scende circa a 13 euro. Per pause pranzo “leggere” (panino, toast, piadina o equivalente + bevanda/caffè), le differenze territoriali rimangono visibili: nei bar del Nord si possono spendere anche 8,90 euro, rispetto a 7,40 euro nel Sud e nelle Isole.
La classifica delle città
A livello urbano – e caso per caso – la variabilità è alta: per esempio secondo un osservatorio del 2024-25 nelle principali città italiane la spesa per un panino e un caffè varia moltissimo: c’è chi spende mediamente 3,5 euro (per esempio una città del Centro-Italia), chi fino a 6,8 euro (in contesti del Nord) o cifre più alte in città costose. La geografia del risparmio disegna un’Italia a due velocità.
Lombardia, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna guidano la classifica con circa 3.427 euro annui di potenziale risparmio. All’estremo opposto si posizionano Puglia, Sicilia, Sardegna, Molise e Abruzzo, tutte poco sotto i 2.800 euro. Il divario tra Nord e Sud supera i 670 euro l’anno. Milano, Monza-Brianza e Parma occupano il podio delle città dove portarsi il pranzo conviene maggiormente in termini assoluti, con 3.427 euro annui ciascuna.
L’incidenza sullo stipendio
Il capoluogo lombardo, con la retribuzione mensile lorda più alta d’Italia (circa 2.780 euro), dimostra come anche stipendi elevati non proteggano dal peso delle spese alimentari quotidiane. La classifica si ribalta completamente quando si ragiona in percentuale sullo stipendio. Vibo Valentia conquista la prima posizione: qui chi evita il pranzo fuori risparmia il 22,3% della retribuzione mensile lorda, pari a 243 euro su 1.090.
Seguono Grosseto con il 21,5% e Imperia con il 21%. Milano, invece, si posiziona ultima con appena il 10,8%: pur rimanendo elevato in valore assoluto, il risparmio pesa meno su una busta paga più consistente.
A cura della redazione
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