La Cgil denuncia: «Per 2,8 milioni di lavoratori la paga oraria è sotto i 9,5 euro»
In Italia il lavoro non è più garanzia di dignità e sicurezza economica. Sono oltre sei milioni i lavoratori che guadagnano non più di mille euro al mese, spesso con contratti precari, part-time involontari o retribuzioni orarie al di sotto della soglia di sopravvivenza. A lanciare l’allarme è la Cgil, che accende i riflettori su una realtà ormai strutturale: il lavoro povero. Secondo l’elaborazione del sindacato su dati Inps e Istat, 2,8 milioni di dipendenti ricevono una paga oraria inferiore a 9,5 euro lordi, una soglia considerata minima per una retribuzione dignitosa. Questi lavoratori si concentrano prevalentemente nei settori del commercio, dei servizi, della logistica e dell’agricoltura, dove proliferano appalti al massimo ribasso e forme contrattuali atipiche.
«La vera emergenza non è solo la disoccupazione – denuncia la Cgil – ma anche e soprattutto la qualità del lavoro». In molti casi, lavorare non basta più per uscire dalla povertà. A pesare sono la frammentazione dei contratti, l’assenza di un salario minimo legale, il ricorso sistematico a part-time non volontari, e la crescente incidenza di forme di lavoro precario e informale. Il problema non è solo economico, ma sociale. Un reddito da lavoro troppo basso significa non poter sostenere le spese essenziali, non accedere alla casa, rinunciare a cure mediche, rimandare o abbandonare progetti familiari. Significa vivere in una condizione permanente di incertezza, che colpisce in modo particolare i giovani, le donne e i lavoratori del Sud. Non a caso, il dibattito sul salario minimo legale – che in Italia ancora manca – si fa sempre più acceso. La Cgil sostiene la necessità di una soglia non inferiore a 10 euro lordi all’ora, collegata alla contrattazione collettiva e accompagnata da misure per rafforzare i controlli e contrastare il lavoro nero.
«Serve una vera riforma del lavoro – afferma il sindacato – che metta al centro la dignità, la stabilità e la giusta retribuzione. Perché lavorare dovrebbe essere una via d’uscita dalla povertà, non una sua condizione permanente».
A cura di Dario Lessa
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