Pronto Soccorso al collasso: di chi è la colpa?

La crisi del sistema d’urgenza riflette il fallimento della medicina territoriale e pesa sui conti pubblici. Dal PNRR arrivano 7 miliardi per Case e Ospedali di Comunità, ma servirà una riforma strutturale per rendere il sistema sostenibile

by Davide Cannata
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Pronto Soccorso al collasso: di chi è la colpa?

La crisi del sistema d’urgenza riflette il fallimento della medicina territoriale e pesa sui conti pubblici. Dal PNRR arrivano 7 miliardi per Case e Ospedali di Comunità, ma servirà una riforma strutturale per rendere il sistema sostenibile

Nel 2023 i pronto soccorso italiano hanno registrato 18,582 milioni di accessi, un numero che fotografa in modo impietoso la condizione di un sistema sanitario in affanno. Di questi, circa il 60% sono risultati codici bianchi e verdi, dunque casi non urgenti o di bassa gravità che potrebbero essere gestiti in ambulatori, guardie mediche o studi dei medici di base. È il segnale di una inappropriatezza strutturale, che riguarda in parte i comportamenti individuali dei pazienti, ma soprattutto le carenze del territorio, incapace ad oggi di offrire risposte tempestive e accessibili.

Il ricorso improprio al pronto soccorso non è un fenomeno nuovo, ma negli ultimi anni ha assunto dimensioni preoccupanti anche dal punto di vista economico. Ogni accesso in pronto soccorso, infatti, ha un costo medio per il Servizio Sanitario Nazionale significativamente superiore a quello di una visita ambulatoriale: stimando una media di circa 200 euro per accesso, il 60% di accessi evitabili genera una spesa potenziale superiore ai 2 miliardi di euro l’anno, sottraendo risorse che potrebbero essere investite in prevenzione, medicina territoriale e digitalizzazione dei servizi.

Inoltre, gli accessi in pronto soccorso sono responsabili del 44,26% dei 6 milioni di ricoveri che ogni anno si registrano in Italia. Ciò significa che quasi 3 milioni di ricoveri derivano da passaggi attraverso il pronto soccorso, spesso con degenze brevi e costi aggiuntivi per il sistema ospedaliero. Questo meccanismo aumenta di molto la pressione sulle strutture sanitarie e va anche ad alterare la gestione delle risorse umane e finanziarie.

Attese troppo lunghe

La conseguenza più tangibile, però, è quella vissuta dai cittadini: un paziente su tre attende troppo a lungo prima di essere visitato. L’eccesso di accessi rallenta i tempi di triage e valutazione, con effetti che si ripercuotono anche sui casi più gravi. Gli ospedali, già alle prese con la cronica carenza di personale sanitario e con infrastrutture obsolete, non riescono a garantire la tempestività delle cure.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) rappresenta una delle leve più importanti per invertire la rotta. Con 7 miliardi destinati alla sanità territoriale, il progetto prevede la realizzazione di Case e Ospedali di Comunità, strutture pensate per fornire assistenza diffusa, continua e integrata. La sfida non è anche organizzativa e culturale: occorre rafforzare la medicina di base, ampliare gli orari di apertura degli ambulatori, potenziare la telemedicina e creare un sistema di presa in carico del paziente cronico che riduca la dipendenza dal pronto soccorso.

In prospettiva, la sostenibilità economica del Servizio Sanitario Nazionale dipenderà dalla capacità di trasformare il pronto soccorso da “porta d’ingresso universale” a “filtro specializzato”, riservato a reali emergenze. La gestione intelligente delle risorse, l’integrazione tra ospedali e territorio e l’uso dei fondi europei per creare un sistema più efficiente: ecco le leve di politica economica e di equilibrio finanziario per un Paese che investe il 6,8% del PIL in sanità e non può più permettersi sprechi strutturali.

A cura di Dario Lessa

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