Decreto Schillaci: medici di base in rivolta
La bozza di riforma introduce la dipendenza volontaria per salvare le Case di Comunità, ma i sindacati annunciano una ferma opposizione istituzionale
Sono ore di altissima tensione nella sanità italiana a causa della nuova bozza di decreto legge elaborata dal Ministro della Salute Orazio Schillaci. Il provvedimento punta a trasformare radicalmente il ruolo dei medici di famiglia, offrendo loro la possibilità di abbandonare il regime di convenzione per diventare dipendenti pubblici. Questa trasformazione, definita su base volontaria, rappresenta il pilastro fondamentale per rendere operative le Case di Comunità che stanno sorgendo in tutto il territorio nazionale.
La rivolta dei medici di famiglia e l’allarme delle sigle
La reazione della categoria non si è fatta attendere, manifestandosi con una nota durissima della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale che parla di un piano pericoloso. Secondo i vertici della Fimmg, il decreto distruggerà la figura del medico di fiducia poiché la riforma sarebbe stata redatta senza alcun confronto con i sindacati. “È inaccettabile che una riforma di tale portata venga elaborata nell’oscurità del mancato confronto”, dichiarano i rappresentanti dei camici bianchi chiedendo l’intervento della Presidenza del Consiglio.
Il Ministro Schillaci difende invece la bontà del progetto, sostenendo che l’obiettivo primario sia garantire agli italiani una sanità più efficiente e vicina ai fragili. Il cuore del decreto risiede nell’integrazione stabile dei medici di base all’interno del modello organizzativo delle strutture intermedie previste dal Piano Nazionale di Ripresa. Attualmente, l’Italia conta già 781 Case di Comunità attive, ma il governo intende raggiungerne 1.715 entro il giugno del 2026 per alleggerire i Pronto Soccorso.
Carenza di medici, criticità tecniche e prospettive
Un punto critico della riforma riguarda il nuovo sistema di remunerazione che non si baserà più esclusivamente sul numero di pazienti assistiti da ogni professionista. Lo schema prevede infatti compensi legati alla partecipazione attiva nella rete territoriale e alla gestione diretta di pazienti cronici, modificando un paradigma economico consolidato da decenni. I sindacati intravedono in questo passaggio un rischio di burocratizzazione eccessiva che potrebbe allontanare ulteriormente i giovani medici da una professione già in profonda crisi.
Le statistiche recenti pubblicate dalla Fondazione Gimbe confermano una situazione emergenziale, con una carenza che supera ormai le 5.700 unità di personale medico sul territorio. Tra il 2019 e il 2024 il sistema ha perso oltre cinquemila professionisti, portando la media nazionale a 1.383 assistiti per ogni singolo medico di famiglia. Questo sovraccarico lavorativo rende la medicina generale sempre meno attrattiva per i neolaureati, che preferiscono specializzazioni ospedaliere percepite come più prestigiose e meno isolate.
Esistono inoltre pesanti incongruenze tecniche relative ai titoli di studio necessari per accedere al nuovo rapporto di dipendenza subordinata previsto dal decreto ministeriale. La Fimmg sottolinea come il testo richieda la specializzazione in medicina generale, escludendo paradossalmente migliaia di medici esperti che per anni non hanno potuto conseguirla. Francesco Esposito, Segretario della Federazione Medici Territoriali, avverte che questa scelta produrrà un abbandono di massa, specialmente nelle aree montane e nei piccoli comuni isolati.
Il Ministero della Salute conta di ottenere il via libera definitivo dalla Conferenza delle Regioni entro la fine di maggio per far decollare il progetto. Nobilitare la medicina territoriale resta la sfida principale di Schillaci, che promette una specializzazione ad hoc con stipendi paragonabili alle branche mediche più blasonate. Tuttavia, senza un accordo con chi opera quotidianamente negli studi medici, la riforma rischia di scontrarsi con una realtà operativa fatta di carenze e malcontento.
Di Dario Lessa
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