Fiscal drag, la tassa invisibile che può costare 13 miliardi
Stipendi e pensioni aumentano per inseguire l’inflazione, ma una parte degli aumenti finisce nelle casse dello Stato. Nel biennio 2026-2027 il prelievo aggiuntivo potrebbe raggiungere 12,74 miliardi di euro
C’è una tassa che non compare nelle leggi finanziarie, non richiede nuove aliquote e spesso sfugge persino a chi controlla la busta paga. Si chiama fiscal drag, o drenaggio fiscale, e rischia di sottrarre fino a 13 miliardi di euro a lavoratori dipendenti e pensionati italiani nel biennio 2026-2027.
Il meccanismo è semplice, ma le conseguenze possono essere rilevanti. Quando stipendi e pensioni aumentano per compensare il caro vita, il reddito nominale cresce, mentre scaglioni e detrazioni Irpef possono restare fermi. Il contribuente guadagna apparentemente di più, ma non necessariamente aumenta il proprio potere d’acquisto.
È proprio questa discrepanza a trasformare il fiscal drag in una sorta di tassa invisibile. Non serve aumentare formalmente le imposte: basta che gli adeguamenti dei redditi si scontrino con soglie fiscali non aggiornate all’inflazione.
Cos’è il fiscal drag e come funziona l’Irpef
Il termine inglese fiscal drag significa letteralmente trascinamento fiscale. Indica l’aumento del prelievo fiscale che si verifica quando i redditi crescono in termini nominali, senza che il sistema tributario adegui proporzionalmente scaglioni, soglie e detrazioni all’aumento dei prezzi.
In un sistema progressivo come quello dell’Irpef, il fenomeno può spingere una parte del reddito aggiuntivo verso scaglioni con aliquote superiori. Inoltre, alcune detrazioni diminuiscono all’aumentare del reddito, contribuendo a ridurre ulteriormente il guadagno netto.
Il risultato è paradossale: un lavoratore riceve un aumento contrattuale per compensare l’inflazione, ma una parte del beneficio viene assorbita dal Fisco. Il reddito lordo sale, mentre quello disponibile cresce meno del previsto.
Non si tratta, dunque, di una nuova imposta introdotta dal governo, ma di un effetto prodotto dall’interazione tra inflazione e regole fiscali. Ed è proprio questa caratteristica a renderlo poco visibile nella percezione quotidiana dei contribuenti.
Un esempio concreto: 840 euro in più, ma non tutti in tasca
Per capire quanto possa incidere il fiscal drag, immaginiamo una lavoratrice con un reddito imponibile annuo di 28.000 euro. Se riceve un aumento del 3% per recuperare l’inflazione, il suo reddito sale a 28.840 euro.
Con prezzi aumentati nella stessa misura, quegli 840 euro non rappresentano un reale arricchimento. Servono semplicemente a mantenere invariato il potere d’acquisto rispetto all’anno precedente.
Il problema nasce quando gli scaglioni Irpef rimangono invariati. Nel 2026, la soglia dei 28.000 euro segna il passaggio dall’aliquota del 23% a quella del 33%.
Gli 840 euro aggiuntivi ricadono quindi nello scaglione superiore. Limitandosi alle aliquote, il maggiore prelievo ammonta a 84 euro rispetto a un sistema con soglia adeguata nella stessa misura dell’inflazione.
Il calcolo effettivo dipende anche dalle detrazioni e dalle altre regole fiscali applicabili. L’esempio, tuttavia, chiarisce il punto centrale: una parte dell’aumento destinato a compensare il caro vita può finire direttamente nelle casse pubbliche.
Fiscal drag 2026-2027: le stime fino a 12,74 miliardi
Le cifre più significative arrivano dalle simulazioni degli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, riportate da Repubblica. Secondo le loro elaborazioni, il drenaggio fiscale potrebbe generare 8,1 miliardi di euro di maggiore prelievo nel biennio 2026-2027, nello scenario centrale.
Di questa cifra, circa 6 miliardi graverebbero sui lavoratori dipendenti e 2 miliardi sui pensionati. Un impatto consistente, considerando che si tratta di redditi sui quali le famiglie fanno affidamento per affrontare le spese quotidiane.
Nello scenario più sfavorevole, con un aumento cumulato dei prezzi dell’8,2%, il prelievo aggiuntivo raggiungerebbe 12,74 miliardi di euro. Circa 9 miliardi ricadrebbero sui lavoratori dipendenti, mentre quasi 4 miliardi graverebbero sui pensionati.
Perché lavoratori dipendenti e pensionati rischiano di più
Le simulazioni riguardano i redditi da lavoro dipendente e le pensioni soggetti all’Irpef progressiva. Non comprendono le addizionali regionali e comunali, né descrivono una perdita identica per tutti i contribuenti.
L’effetto individuale dipende dal reddito di partenza, dagli aumenti ricevuti e dalle detrazioni applicabili. Chi supera determinate soglie può subire un drenaggio maggiore, mentre per altri contribuenti l’impatto risulta più contenuto.
Esiste inoltre una distinzione fondamentale. Perché si produca il fiscal drag, il reddito nominale deve aumentare: chi non riceve alcun adeguamento dello stipendio non paga più Irpef per effetto di questo specifico meccanismo.
Questo non significa, però, che sia al riparo dalle conseguenze dell’inflazione. Al contrario, senza aumenti salariali o pensionistici, il rincaro dei prezzi riduce direttamente il potere d’acquisto, rendendo più difficile sostenere le spese per abitazione, alimentari, energia e servizi.
Dal precedente del 2022 alla prossima manovra fiscale
Il fenomeno non è una novità per l’economia italiana. Secondo le stime di Leonardi e Rizzo, la forte inflazione registrata nel 2022-2023 avrebbe prodotto circa 25 miliardi di euro di maggiore prelievo fiscale.
Negli anni successivi, con una crescita dei prezzi più contenuta, il drenaggio si sarebbe attenuato. Ora, però, il tema torna al centro del dibattito economico mentre il governo valuta gli interventi sull’Irpef nella prossima manovra finanziaria.
Tra le ipotesi figura l’estensione dell’aliquota del 33% fino a 60.000 euro di reddito. Una modifica che potrebbe ridurre il carico fiscale per una parte dei contribuenti interessati, ma il cui effetto concreto dipenderà dalle modalità e dalle risorse stanziate.
Un eventuale taglio delle imposte potrebbe compensare, almeno in parte, il drenaggio fiscale. Per valutare il beneficio effettivo, tuttavia, occorrerà considerare contemporaneamente le nuove misure fiscali e il maggiore prelievo prodotto dall’inflazione.
E mentre il contribuente cerca di recuperare terreno sul carovita, la tassa invisibile continua a lavorare silenziosamente: senza nuove aliquote, senza annunci e senza bisogno di comparire in una nuova voce della busta paga.
Di Dario Lessa
Leggi anche: La corsa degli umanoidi è già un mercato miliardario