Abolizione dell’ora legale? Il dibattito che divide l’Europa
La proposta spagnola riaccende un dibattito sospeso tra risparmi energetici e armonizzazione dei fusi orari
La recente proposta della Spagna, spinta dal Primo Ministro Pedro Sánchez, di abolire il cambio d’ora stagionale a partire dal 2026 ha riportato in primo piano un dibattito che da anni divide l’Unione Europea. Non si tratta solo di una semplice regolazione delle lancette, tutt’altro. Entra in gioco un complesso nodo che intreccia presunti risparmi energetici, effetti sulla salute dei cittadini, ritmi sociali e la fondamentale necessità di armonizzazione all’interno del mercato unico. Nonostante una consultazione UE del 2018 avesse visto l’84% dei partecipanti favorevole all’abolizione, la Commissione Europea ha dovuto sospendere l’iter legislativo per la mancanza di un accordo unanime tra gli Stati membri sulla scelta di mantenere in via permanente l’ora solare o quella legale.
La divisione si manifesta chiaramente lungo le linee geografiche e, conseguentemente, economiche e culturali del continente. I Paesi del Nord Europa, come la Finlandia, tra i più attivi nel richiedere l’abolizione, e la Svezia o la Danimarca, tendono a preferire l’ora solare permanente. Questa scelta sarebbe più in linea con i ritmi naturali e contribuirebbe a mitigare gli effetti negativi sulla salute, un argomento che il Parlamento finlandese ha messo in primo piano. Al contrario, i Paesi del Sud Europa, tra cui l’Italia, dove i benefici in termini di prolungamento delle ore di luce serali e il conseguente risparmio energetico (quantificabile, ad esempio per l’Italia, in centinaia di milioni di kilowattora e decine di milioni di euro all’anno, secondo Terna) sono più evidenti, appaiono attendisti o propensi a mantenere l’ora legale tutto l’anno. Il risparmio, seppur considerato marginale in relazione all’evoluzione dell’illuminazione a LED e dei dispositivi a basso consumo, specialmente nei periodi di crisi energetica, resta un fattore non trascurabile.
Il rischio maggiore percepito a Bruxelles, e ciò che ha bloccato il processo sin dal 2019, è l’eventuale frammentazione dei fusi orari all’interno del blocco. Senza un’intesa comune, ogni Stato membro sarebbe libero di scegliere il proprio orario permanente, creando un potenziale caos logistico e commerciale ai confini, impattando sui trasporti, le comunicazioni e la fluidità del mercato interno. La proposta spagnola, forte anche dell’argomento che l’attuale direttiva scade nel 2026 e che il cambio d’ora non soddisfa più gli obiettivi di risparmio e armonizzazione del mercato, riapre dunque una complessa discussione che richiede una maggioranza qualificata in seno al Consiglio, una soglia che, viste le attuali divergenze tra sostenitori dell’ora solare (Nord) e della legale (Sud/Centro), sembra ancora difficile da raggiungere.
L’Italia, pur riconoscendo i benefici economici dell’ora legale e mantenendo una posizione di cauta attesa, si trova in una situazione simile ad altri Stati che preferirebbero mantenere lo status quo per evitare l’incertezza e la perdita dei vantaggi attuali, in particolare in termini di risparmio energetico che, sebbene ridotto, non è totalmente azzerato, e di allineamento a ritmi sociali che beneficiano della luce serale. La mossa spagnola è più di una provocazione; è un tentativo politico di forzare i governi a una scelta definitiva e motivata sul proprio fuso orario, rimettendo al centro la necessità di una decisione collettiva per preservare la coerenza europea.
A cura di Dario Lessa