Il declino della longevità: la generazione nata dopo il 1939 difficilmente vivrà fino a 100 anni
Il tramonto dell’illusione dei cento anni: uno studio internazionale mostra che la crescita dell’aspettativa di vita, un tempo simbolo di progresso economico e sanitario, sta rallentando
Per oltre un secolo, la longevità è stata considerata una delle conquiste più tangibili dello sviluppo economico e scientifico. L’umanità ha forse superato il suo “picco di longevità”. È questa la conclusione a cui è arrivato un ampio studio internazionale coordinato da José Andrade, demografo del Max Planck Institute for Demographic Research, pubblicato su Pnas. Dalla fine dell’Ottocento fino agli anni Ottanta del Novecento, ogni generazione ha potuto contare su una vita mediamente più lunga di quella precedente, grazie ai progressi della medicina, al miglioramento dell’alimentazione e delle condizioni di lavoro. Ma il recente studio internazionale ha messo in discussione questa traiettoria che credevamo inarrestabile: per le persone nate dopo il 1939, la possibilità di raggiungere o superare i cento anni è in netto calo rispetto alle previsioni formulate solo pochi decenni fa.
La salute non è più un diritto universale
Il rallentamento della crescita dell’aspettativa di vita riflette dinamiche economiche e sociali profonde. Le generazioni nate dopo la Seconda guerra mondiale hanno sì vissuto l’apogeo dello stato sociale e dell’espansione industriale, ma anche l’inizio della loro erosione. A partire dagli anni Ottanta, con la globalizzazione e le politiche di austerità, i sistemi sanitari pubblici hanno iniziato a ridurre la loro capacità redistributiva, mentre le disuguaglianze di reddito e di accesso alle cure sono cresciute. Questo ha prodotto un paradosso: in società più ricche, la salute non è più un diritto universale, ma sempre più un bene proporzionato al reddito.
La longevità ridotta modifica anche gli equilibri di lungo periodo. I modelli pensionistici e assicurativi, costruiti sull’ipotesi di una vita in costante allungamento, si trovano ora a dover affrontare uno scenario inedito. La riduzione della speranza di vita è anche un indicatore di stress economico: inflazione sanitaria, precarietà del lavoro, peggioramento della qualità ambientale e alimentare, diffusione di stili di vita sedentari.
La pandemia di Covid-19 ha accentuato questa tendenza, rivelando la fragilità delle infrastrutture sanitarie e il ruolo decisivo dei determinanti economici della salute. Ma anche una volta superata l’emergenza, la curva della longevità non ha ripreso a crescere ai ritmi precedenti. I dati mostrano che, soprattutto nei Paesi industrializzati, il progresso medico non basta più a compensare gli effetti sociali della stagnazione economica e dell’invecchiamento diseguale delle popolazioni.
Una crisi del modello di vita
Il declino della longevità non rappresenta solo una battuta d’arresto demografica, ma soprattutto una crisi di modello. Dopo aver legato per decenni crescita e benessere, l’economia globale si trova ora a dover ridefinire il concetto stesso di progresso. Vivere più a lungo non è più una certezza, ma una sfida che richiede nuovi investimenti nella salute pubblica, nella sostenibilità e nella riduzione delle disuguaglianze. Solo così le generazioni nate dopo il 1939, e quelle che seguiranno, potranno tornare a guardare ai cento anni non come a un miraggio, ma come a un orizzonte possibile.
A cura di Dario Lessa
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