Il sistema moda italiano è sotto attacco dalla Cina
L’appello di Luca Sburlati: quando numeri, concorrenza sleale e mancanza di politiche strutturali mettono a rischio un’intera filiera
Di fronte a dati che allarmano e una filiera messa sotto pressione, Confindustria Moda alza la voce: è giunto il momento che il sistema imprenditoriale italiano faccia sentire le proprie ragioni con urgenza. Le parole del presidente Luca Sburlati, pronunciate in occasione della presentazione della quarta edizione del Venice Sustainable Fashion Forum, non sono solo il classico grido d’allarme ma un appello a un intervento politico ed economico che contrastino uno squilibrio che potrebbe compromettere competitività, occupazione e prestigio internazionale della moda italiana.
L’allarme arriva da indicatori che fotografano un quadro d’urgenza. Nel primo semestre del 2025 l’export del settore moda italiano registra un calo di circa il 4 %, mentre nel medesimo periodo l’import cresce del 6 %. In particolare, l’import dalla Cina è cresciuto del 18 %, con “centinaia di migliaia di pacchi” che ogni giorno entrerebbero nel mercato italiano senza gli stessi vincoli, dazi o controlli a cui sono sottoposte le imprese nazionali. Per Sburlati, questo è un fenomeno che assume natura sistemica, una “invasione” che erode i margini delle nostre produzioni e distorce le condizioni di mercato.
Le storie dietro i numeri
Ma dietro i numeri ci sono storie: imprese che faticano a reperire materie prime a prezzi ragionevoli, tessiture che resistono con margini sempre più stretti, marchi che investono in sostenibilità ma si trovano a competere con operatori che non rispettano gli stessi standard ambientali, sociali e normativi. In questo contesto, l’ultra fast fashion, da molti citato come principale volano dell’assalto cinese, diventa simbolo di una concorrenza di tipo “del tutto contro le regole”. Si tratta di prodotti spesso immessi nel mercato bypassando controlli doganali e fiscali e presentati attraverso campagne digitali aggressive.
Proposte concrete
Sburlati lancia anche proposte concrete. Chiede in primis una norma contro la penetrazione dei pacchi che non pagano dazi o Iva, un meccanismo che già in Francia è stato adottato come misura anti dumping e di tutela del mercato interno. Propone anche un quadro normativo nazionale che armonizzi contratti di filiera, sistemi di audit condivisi e trasparenza, così da evitare che gli anelli più deboli – le aziende di minore dimensione – vengano travolti. Nel suo sguardo strategico e a tratti lungimirante, la sostenibilità non dev’essere solo un vincolo da rispettare, bensì una leva competitiva in grado di differenziare le produzioni di qualità da quelle “usa e getta”.
In questo scenario, il Venice Sustainable Fashion Forum, previsto a Venezia il 23 e 24 ottobre presso la Fondazione Giorgio Cini, diviene un appuntamento cruciale, ovvero un’occasione per far convergere le istanze della filiera – dai produttori ai brand, dalla finanza alle istituzioni – in proposte operative e condivise.
Saranno presentate le evidenze dello studio “Just Fashion Transition 2025”, con focus su decarbonizzazione, responsabilità estesa del produttore (EPR) e armonizzazione europea dei processi. Secondo le stime presentate, la transizione sostenibile non è incompatibile con la crescita: rispetto al periodo pre-Covid, i ricavi complessivi del sistema moda italiano sono aumentati dell’11,4 %, mentre le emissioni si sono ridotte del 17 %.
Due nodi fondamentali
Le tensioni con il sistema cinese evidenziano due nodi fondamentali: uno strutturale, legato all’asimmetria regolamentare e fiscale, e uno strategico, connesso alla necessità di una pianificazione a lungo termine. Un semplice intervento tampone rischia di essere comunque insufficiente se non inserito in un piano nazionale della moda che guardi al 2035, come auspicato da Sburlati.
Se le nostre imprese non vengono messe in condizioni di competere ad armi pari, il rischio è che non siano solo singoli marchi a soccombere, ma un intero ecosistema: innovazione, filiere regionali, know how specializzato sono tutti elementi che nel tempo potrebbero erodersi, vanificando un capitale competitivo che l’Italia ha faticosamente costruito. Ecco il nocciolo dell’allarme: non è solo un problema delle aziende oggi in difesa, è una questione di futuro per il sistema del paese.
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