Lavoro, italiani sempre più connessi (e stressati): uno su tre non stacca

Reperibilità fuori orario, straordinari e chat aziendali trasformano il tempo libero in una nuova estensione della giornata lavorativa. E il rischio burnout cresce

by Dario Lessa
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Lavoro, italiani sempre più connessi (e stressati): uno su tre non stacca

Reperibilità fuori orario, straordinari e chat aziendali trasformano il tempo libero in una nuova estensione della giornata lavorativa. E il rischio burnout cresce

Il cartellino si timbra, l’ufficio chiude, il computer si spegne. Ma il lavoro, almeno per milioni di italiani, continua. Entra nello smartphone, vibra durante la cena, compare mentre si guarda una serie e irrompe perfino nel fine settimana. Una telefonata, una mail, un messaggio nella chat aziendale, quella richiesta «velocissima» che velocissima non sarà mai.

Secondo un’analisi di Hays Italia, il 32,5% dei dipendenti dichiara che gli viene richiesto spesso o sempre di rimanere disponibile anche fuori dall’orario di lavoro. Un lavoratore su tre, dunque, non può considerare davvero conclusa la propria giornata quando termina ufficialmente il turno.

Il fenomeno non riguarda soltanto la reperibilità formale. A complicare il quadro arrivano gli straordinari, ormai diventati una componente tutt’altro che marginale della vita professionale. Il 52,2% dei lavoratori dichiara infatti di svolgere almeno un’ora di lavoro aggiuntivo ogni settimana.

Lavoro non remunerato: quando il tempo personale diventa ufficio

La questione diventa ancora più delicata quando si guarda al riconoscimento economico di quelle ore. Nel 48,5% dei casi, secondo Hays, il lavoro supplementare non viene riconosciuto. Tradotto dal linguaggio delle statistiche a quello della vita quotidiana significa una cosa piuttosto semplice: una parte consistente del tempo personale finisce per diventare tempo lavorativo non remunerato.

È qui che la tecnologia mostra il suo doppio volto. Ha reso il lavoro più flessibile, veloce e accessibile, ma ha contemporaneamente cancellato molti dei confini che un tempo separavano l’ufficio dalla casa. Lo smartphone aziendale, nato per semplificare, può trasformarsi così in una piccola succursale dell’ufficio infilata nella tasca dei pantaloni.

La chat di gruppo rappresenta forse la frontiera più evidente di questa trasformazione. Un messaggio può arrivare alle 20, una richiesta alle 22, una comunicazione nel fine settimana. Nessuno pronuncia necessariamente la parola «obbligo», ma il lavoratore percepisce comunque l’aspettativa di una risposta.

Burnout e retention: le aziende rischiano di perdere i talenti

Il risultato è un accumulo progressivo di stanchezza che non dipende soltanto dal numero di ore trascorse davanti a una scrivania. Anche l’impossibilità di staccare mentalmente dal lavoro pesa sul recupero delle energie e rende più sottile il confine tra vita professionale e vita privata.

Hays parla in questo contesto di «sindrome da rientro», invitando però a non interpretarla esclusivamente come una conseguenza della fine delle vacanze. Il problema, sostiene l’analisi, nasce soprattutto dalle condizioni nelle quali le persone tornano a lavorare: riunioni frequenti, priorità mutevoli, attività simultanee e disponibilità richiesta oltre l’orario.

La vacanza, insomma, rischia di diventare un cerotto applicato su una ferita che continua a riaprirsi durante tutto l’anno. Qualche giorno al mare o in montagna può certamente aiutare, ma difficilmente può compensare mesi trascorsi con la sensazione di dover essere sempre raggiungibili.

Il punto centrale diventa quindi l’organizzazione del lavoro. Carichi sostenibili, autonomia, flessibilità, leadership equilibrata e momenti reali di recupero rappresentano elementi strategici per mantenere efficiente e motivato il capitale umano.

E il tema interessa direttamente anche le aziende. Secondo la Salary Guide 2026 di Hays Italia, oltre il 44% dei professionisti sarebbe disposto a cambiare azienda nei successivi dodici mesi. In altre parole, il rischio di perdere persone competenti non appartiene più soltanto alla fantascienza delle risorse umane.

Il problema della retention diventa quindi inseparabile da quello del benessere. Se un dipendente percepisce l’ambiente professionale come una presenza permanente nella propria vita, prima o poi può cominciare a chiedersi se il prezzo da pagare sia davvero compatibile con stipendio, carriera e soddisfazione personale.

Non sorprende allora che il 32% delle aziende consideri la prevenzione dell’esaurimento lavorativo una delle leve importanti per trattenere i propri talenti. Il burnout, insomma, non è soltanto una questione individuale: può diventare un problema economico e organizzativo per chi deve costruire squadre capaci di restare nel tempo.

La Salary Guide 2026, realizzata anche grazie al contributo di 1.300 professionisti e aziende attraverso un’indagine online condotta nel novembre 2025, fotografa infatti un mercato nel quale flessibilità, crescita professionale e benefit assumono un peso crescente nelle strategie di attrazione e fidelizzazione.

Del resto, la ricerca Hays restituisce un’indicazione precisa anche sul rapporto tra modello di lavoro e qualità della vita. Tra i lavoratori che hanno sperimentato il modello ibrido, l’88% ritiene che questa modalità abbia migliorato il proprio equilibrio tra vita privata e professionale.

Se ogni sera il lavoro continua a entrare dalla porta dello smartphone, prima o poi anche il tempo libero smette di essere veramente libero. E quando succede, a perdere non è soltanto il lavoratore: perde anche l’azienda che lo ha trasformato in una risorsa permanentemente connessa.

Di Dario Lessa

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