Revolut ingannata da una PEC italiana controllata dagli hacker

Un gruppo di criminali informatici ha sfruttato una casella PEC compromessa per fingersi autorità italiane e ottenere informazioni riservate su centinaia di clienti della piattaforma finanziaria

by Nora Taylor
0

Revolut ingannata da una PEC italiana controllata dagli hacker

Un gruppo di criminali informatici ha sfruttato una casella PEC compromessa per fingersi autorità italiane e ottenere informazioni riservate su centinaia di clienti della piattaforma finanziaria

Una frode informatica costruita attraverso l’identità digitale di un’istituzione pubblica ha coinvolto Revolut, società finanziaria attiva nei servizi bancari digitali. I cybercriminali hanno sfruttato una casella di Posta Elettronica Certificata compromessa per presentarsi come rappresentanti delle autorità italiane e inoltrare alla società richieste apparentemente ufficiali. Il raggiro ha consentito agli autori dell’operazione di entrare in possesso di informazioni riservate relative a circa 680 clienti.

La tecnica utilizzata dagli aggressori presenta un elemento particolarmente delicato. I criminali non avrebbero infatti dovuto introdursi direttamente nei sistemi informatici di Revolut per raggiungere il loro obiettivo. Hanno scelto invece di sfruttare la credibilità di un canale istituzionale già esistente, utilizzando una casella PEC che apparteneva realmente a un organismo pubblico italiano. In questo modo hanno costruito una comunicazione capace di apparire autentica agli occhi del destinatario.

La PEC compromessa diventa lo strumento della frode

La vicenda ruota attorno a una casella PEC riconducibile alla Prefettura di Reggio Calabria. Secondo la ricostruzione dell’accaduto, soggetti estranei all’amministrazione sarebbero riusciti a ottenere il controllo dell’account. Dopo averne assunto il controllo, gli autori della frode avrebbero utilizzato l’indirizzo istituzionale per contattare Revolut e formulare richieste di informazioni riguardanti alcuni utenti.

L’aspetto centrale dell’operazione riguarda proprio l’utilizzo di una casella istituzionale autentica, anziché di un semplice indirizzo contraffatto. Una comunicazione proveniente da un account appartenente a un ente pubblico può infatti generare un livello di fiducia molto superiore rispetto a un messaggio inviato da un indirizzo sconosciuto. Gli aggressori avrebbero sfruttato questa circostanza per rendere credibili le proprie richieste e ottenere documentazione relativa ai clienti.

Il caso dimostra come la sicurezza delle comunicazioni ufficiali rappresenti ormai una componente fondamentale della protezione dei dati. La violazione di un singolo account può infatti consentire ai criminali di assumere temporaneamente l’identità digitale dell’organizzazione proprietaria e di utilizzarla per raggiungere altri soggetti. In questo caso, l’obiettivo finale non sarebbe stato l’ente pubblico titolare della casella, ma una società finanziaria in possesso di una grande quantità di informazioni personali.

Documenti e informazioni personali tra i dati coinvolti

Le richieste inviate attraverso la casella compromessa avrebbero riguardato diverse categorie di informazioni riferite ai clienti di Revolut. Tra gli elementi interessati figurano dati personali e documentazione collegata alle procedure di identificazione, oltre a informazioni relative ai rapporti finanziari degli utenti. Complessivamente, l’incidente avrebbe interessato circa 680 persone.

La tipologia delle informazioni rappresenta un aspetto particolarmente importante della vicenda. Documenti identificativi, dati anagrafici e informazioni finanziarie possono fornire ai criminali materiale utile per elaborare ulteriori tentativi di frode. Gli autori potrebbero infatti utilizzare questi elementi per rendere più credibili successive comunicazioni fraudolente oppure per tentare di impersonare le vittime durante altre procedure online.

Revolut ha distinto l’accaduto da una vera e propria intrusione nei propri sistemi. La società ha infatti chiarito che l’episodio non ha comportato un accesso diretto alla propria infrastruttura informatica e che i fondi presenti nei conti dei clienti non risultano coinvolti nella vicenda. Il problema ha riguardato invece le informazioni che la società ha fornito in risposta alle comunicazioni provenienti dalla casella istituzionale compromessa.

Gli accertamenti cercano di ricostruire l’intera operazione

Dopo aver individuato l’attività anomala, Revolut ha interrotto i contatti con l’account utilizzato dai criminali e ha adottato le misure necessarie per contenere l’incidente. La società ha inoltre coinvolto le autorità competenti e ha predisposto le comunicazioni rivolte alle persone interessate dall’episodio.

Gli investigatori della Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica lavorano per ricostruire le diverse fasi dell’operazione. Gli accertamenti dovranno stabilire in che modo gli aggressori siano riusciti a entrare nella casella PEC, per quanto tempo abbiano mantenuto il controllo dell’account e quali comunicazioni abbiano successivamente inviato utilizzando l’identità dell’istituzione.

Gli investigatori dovranno inoltre verificare se la compromissione abbia riguardato esclusivamente l’account utilizzato per contattare Revolut oppure se i criminali abbiano avuto accesso anche ad altri strumenti digitali collegati alla stessa infrastruttura. Al momento, l’attribuzione dell’operazione a uno specifico gruppo criminale non risulta definita pubblicamente.

La sicurezza passa anche dalla verifica dell’identità

La vicenda evidenzia una delle principali difficoltà nella gestione delle comunicazioni digitali tra istituzioni e aziende private. Un indirizzo ufficiale non garantisce automaticamente che la persona che lo utilizza in quel momento sia realmente autorizzata a farlo. Se un criminale riesce a prendere il controllo di una casella autentica, può sfruttarne la reputazione per costruire richieste apparentemente legittime.

Il caso che ha coinvolto Revolut mostra quindi come gli attacchi informatici possano combinare strumenti tecnologici e tecniche di manipolazione della fiducia. Gli aggressori avrebbero puntato non soltanto sulle vulnerabilità tecniche, ma anche sulla naturale propensione dei destinatari a considerare attendibile una richiesta proveniente da un interlocutore istituzionale.

Per banche, società fintech e aziende che custodiscono grandi quantità di dati personali, episodi di questo genere rendono ancora più importante l’adozione di procedure capaci di verificare ogni richiesta sensibile attraverso canali indipendenti. La semplice provenienza da una casella apparentemente ufficiale non dovrebbe quindi rappresentare l’unico elemento utilizzato per stabilire l’autenticità di una comunicazione.

Gli accertamenti proseguono per definire con precisione la dinamica dell’incidente, individuare i responsabili e comprendere quale utilizzo possano fare delle informazioni ottenute. L’attenzione resta concentrata anche sulle possibili conseguenze per i clienti coinvolti, soprattutto considerando la quantità e la natura dei dati acquisiti dagli aggressori.

La vicenda conferma quanto la protezione delle identità digitali istituzionali sia diventata parte integrante della sicurezza finanziaria. Un account compromesso può infatti diventare il punto di partenza per un attacco rivolto contro un’altra organizzazione, trasformando una comunicazione apparentemente ordinaria in uno strumento per ottenere dati che altrimenti resterebbero protetti.

A cura di Nora Taylor
Leggi anche: Fisco, nuove lettere in arrivo per autonomi e imprese
Seguici su Facebook e Instagram!

You may also like

error: Il contenuto è protetto!!