Vecchi a 30 anni, giovani a 70: il paradosso tutto italiano
A trent’anni gli italiani iniziano a pensare all’invecchiamento, ma dopo i 65 il 62% si sente più giovane della propria età. Lo studio Human After All racconta un Paese dove l’età anagrafica conta sempre meno
Quando cominciamo a sentirci vecchi? La domanda sembra avere una risposta quasi scontata. Cinquanta, sessanta, forse settant’anni. E invece no. In Italia il pensiero dell’invecchiamento arriva molto prima, addirittura intorno ai trent’anni. Poi accade qualcosa di curioso: più gli anni passano, meno le persone si sentono anziane.
È il paradosso fotografato da Human After All, ricerca realizzata da Hearts United con Doxa su un campione rappresentativo di 2.000 italiani. Il risultato racconta un cambiamento sociale nel quale età anagrafica ed età percepita sembrano viaggiare su due binari sempre più distanti.
Il dato più sorprendente riguarda proprio l’inizio della consapevolezza. Il 26% degli italiani colloca tra i 25 e i 34 anni il momento nel quale ha cominciato a pensare al proprio invecchiamento. Un altro 13% sostiene di aver iniziato ancora prima, prima dei 25 anni.
Significa che quasi quattro italiani su dieci hanno cominciato a confrontarsi con l’idea del tempo che passa già prima dei 35 anni. Complessivamente, il 51% degli intervistati dichiara di pensare al proprio invecchiamento almeno qualche volta.
A trent’anni pesa più il futuro del corpo
Il dato non racconta necessariamente un’Italia ossessionata dalle rughe o dalla forma fisica. Il tema sembra piuttosto riguardare il futuro e il confronto con le aspettative sociali.
A trent’anni, infatti, molte persone si trovano davanti a carriere ancora da costruire, autonomia economica non sempre raggiunta, relazioni in trasformazione e progetti familiari sempre meno prevedibili. Nel frattempo, vecchi modelli continuano a suggerire cosa bisognerebbe avere già realizzato a quella determinata età.
Così l’idea di invecchiare può trasformarsi, paradossalmente, nella sensazione di essere già arrivati in ritardo. Non necessariamente rispetto al calendario biologico, ma rispetto a un calendario sociale che pretende ancora di stabilire quando dovrebbe cominciare la vera età adulta.
Più passano gli anni, più ci si sente giovani
La fotografia dello studio diventa ancora più curiosa osservando le generazioni. Soltanto il 22% dei giovani tra 18 e 24 anni dichiara di sentirsi più giovane della propria età.
Tra i 25 e i 34 anni la percentuale sale al 37%. Fra i 35 e i 44 anni raggiunge addirittura il 58%, superando quindi la metà degli intervistati. Tra gli over 65 arriva infine al 62%.
In altre parole, l’Italia sembra vivere una piccola rivoluzione percettiva. A trent’anni si può cominciare a temere il tempo che passa, mentre a settanta si può tranquillamente continuare a considerarsi giovani.
Pensare alla vecchiaia non significa sentirsi vecchi
C’è poi un’altra distinzione importante. Lo studio divide idealmente gli italiani tra “mindful” e “ageless”.
I mindful rappresentano il 51% del campione e comprendono coloro che dichiarano di pensare almeno occasionalmente al proprio invecchiamento. Gli ageless rappresentano invece il restante 49%, composto da persone che, indipendentemente dall’età anagrafica, dichiarano di sentirsi più giovani dei propri anni.
Le due dimensioni, però, non sono necessariamente incompatibili. Una persona può essere perfettamente consapevole del tempo che passa senza percepirsi affatto come anziana.
È forse questo il cuore della ricerca: pensare all’invecchiamento non significa necessariamente sentirsi vecchi. La consapevolezza può diventare una forma di attenzione verso il futuro, anziché trasformarsi automaticamente in paura.
La paura riguarda soprattutto i più giovani
Tra gli italiani definiti mindful, il 41% considera l’invecchiamento una parte naturale della vita. Soltanto il 19% afferma invece di aver provato paura davanti alla consapevolezza dell’età che avanza.
La paura risulta particolarmente significativa proprio nella fascia 25-34 anni, quella che più frequentemente indica questa fase come momento della prima presa di coscienza.
Ma la consapevolezza produce anche conseguenze diverse. Il 15% degli italiani sente il bisogno di gestire meglio tempo ed energie, mentre il 13% dichiara di voler cominciare a prendersi maggiormente cura di sé.
Longevità: tutti la cercano, pochi sanno definirla
C’è poi una parola ormai entrata stabilmente nel vocabolario contemporaneo: longevità. Eppure, secondo la ricerca, soltanto il 14% degli italiani dichiara di conoscerne bene il significato.
Quando però dal termine si passa alla vita concreta, la situazione cambia. Per il 51% degli intervistati, vivere meglio e più a lungo significa costruire quotidianamente il proprio benessere.
Entrano così in gioco relazioni, qualità del sonno, movimento, alimentazione, benessere mentale e senso della vita. La longevità smette di essere soltanto una questione di quantità degli anni e diventa soprattutto una questione di qualità.
La sociologa: “Le età della vita non sono solo biologia”
Silvia Leonzi, professoressa ordinaria di Sociologia dei processi culturali e comunicativi alla Sapienza di Roma, individua proprio nella distanza tra età anagrafica ed età percepita uno degli elementi più significativi della ricerca.
“Non è soltanto la distanza tra età anagrafica ed età percepita, ma ciò che questa distanza racconta della società in cui viviamo”, ha spiegato la sociologa.
Secondo Leonzi, “le età della vita non sono mai state definite esclusivamente dalla biologia”. Sono anche costruzioni sociali, legate ad aspettative, ruoli e passaggi che indicano quali obiettivi dovremmo raggiungere in una determinata fase.
Il problema nasce quando queste traiettorie diventano meno lineari. Oggi, osserva la sociologa, i percorsi personali sono “molto meno lineari e molto più fluidi”.
A trent’anni ci si può quindi sentire in ritardo rispetto a modelli professionali e personali ancora molto presenti. Dopo i sessanta, invece, molte persone possono avere davanti anni di attività, relazioni, progetti e nuove esperienze senza riconoscersi nell’immagine tradizionale della vecchiaia.
Un’Italia dove la carta d’identità non basta più
E così l’Italia scopre una curiosa contraddizione: si può iniziare a preoccuparsi di diventare vecchi a trent’anni e continuare a sentirsi giovani anche dopo i sessantacinque. Il tempo corre nella stessa direzione per tutti. La percezione, evidentemente, no.
Di Dario Lessa
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