Sorrento, due euro in più per il bagno: la saga degli scontrini pazzi
Dal caffè con toilette a pagamento ai 48 euro di “mancia”: l’estate italiana riscopre la follia del conto
A Sorrento anche il bagno entra nel conto. Due euro, dopo un caffè, diventano l’ultima puntata della saga degli “scontrini pazzi”, fenomeno estivo ormai quasi rituale.
La vicenda è stata raccontata sui social dal deputato Francesco Emilio Borrelli, dopo la segnalazione di un giovane che si trovava a Sorrento con la fidanzata. Il ragazzo racconta di essere entrato in un bar, di aver consumato e poi chiesto di utilizzare la toilette.
Il bagno, secondo la testimonianza, funzionava attraverso un tornello con gettone. Il cliente ha comunque ricevuto alla cassa un supplemento di due euro per l’utilizzo della toilette. Una cifra modesta in assoluto, ma assai più rumorosa quando viene aggiunta a una consumazione.
La frase che ha fatto esplodere il caso
La frase attribuita al barista ha poi trasformato un semplice supplemento in un caso mediatico. Secondo il racconto, alla richiesta di spiegazioni sarebbe arrivata la risposta: «Qua siamo a Sorrento, non a Napoli».
Sul piano delle regole, la questione è meno folkloristica di quanto sembri. La Federazione Italiana Pubblici Esercizi ricorda che i locali devono garantire servizi igienici ai propri clienti, mentre non esiste una norma nazionale che imponga l’accesso gratuito ai non clienti.
L’Unione Nazionale Consumatori sottolinea inoltre che, per il cliente pagante, non esiste una soglia minima di spesa per diventare cliente del locale. La questione delle tariffe specifiche per il bagno resta però più articolata e dipende anche dalle normative locali.
Dagli scontrini folli al dibattito nazionale
Insomma, il problema non sono i due euro in sé. È quella sottile zona grigia nella quale un servizio normalmente percepito come accessorio alla consumazione diventa improvvisamente una voce autonoma dello scontrino.
Ischia e il supplemento musica da quattro euro
Pochi giorni prima del caso di Sorrento, un’altra vicenda rilanciata da Borrelli aveva portato sotto i riflettori una pasticceria di Ischia. Sul conto di due clienti comparivano quattro euro per il “supplemento musica”.
La coppia aveva consumato un dolce, due caffè e due bottiglie d’acqua. Il locale aveva aggiunto due euro a persona per il piano bar, provocando una discussione sui social.
Qui, però, il quadro appare meno netto. Alcuni utenti hanno difeso il locale ricordando che la musica dal vivo comporta costi, diritti e adempimenti. Altri hanno considerato discutibile trasformare l’intrattenimento in una voce separata.
Forte dei Marmi e il “contributo volontario” da 48,10 euro
A Forte dei Marmi il problema non era il bagno, ma una parola capace di produrre una confusione semantica: “volontario”.
L’influencer Carlotta Roncarà ha raccontato di aver trovato sul conto una voce da 48,10 euro, equivalente al 10% della spesa, indicata come “contributo volontario”. Secondo il suo racconto, la somma risultava inserita automaticamente.
La contestazione non riguardava soltanto l’importo. Il punto era soprattutto il concetto: se una mancia è volontaria, perché compare già nel conto?
«Controllate sempre il conto prima di pagare» è stato, in sostanza, il consiglio della content creator.
Roma, due gelati da 44 euro senza neppure sedersi
A giugno 2026 è toccato a Roma. Due turisti americani hanno raccontato di aver pagato 44 euro per due gelati acquistati nei pressi di piazza Navona.
La cifra nasceva da due coppette maxi da 12 euro ciascuna, alle quali si erano aggiunti panna, macarons e cannolini al pistacchio. Il conto finale arrivava così a 22 euro per ciascun gelato.
Nessun servizio al tavolo, nessun ristorante stellato, nessuna cena panoramica. Soltanto due gelati, con diversi extra, in una delle zone turistiche più frequentate della capitale.
Venezia, 81 euro per quattro bibite, due caffè e due birre
Venezia, naturalmente, non poteva mancare all’appello. Nell’agosto 2025 uno scontrino da 81 euro per quattro Coca-Cola, due birre e due caffè ha fatto rapidamente il giro dei social.
La scena era quella più classica possibile: piazza San Marco, pieno agosto, tavolino e vista monumentale. Il blogger Gianluca Sammarco ha pubblicato il conto, accompagnandolo con una battuta sul prezzo e sulla possibilità di portarsi il thermos da casa.
Il locale, però, ha difeso la propria posizione sostenendo che i prezzi risultavano chiaramente indicati nel menu.
Venezia aveva già prodotto un altro caso celebre nel 2018. Due caffè e due bottigliette d’acqua in piazza San Marco erano costati complessivamente 43 euro, con 11,50 euro per ciascun espresso e 10 euro per ogni bottiglietta. Anche allora il locale aveva ricordato che al banco il prezzo risultava molto più basso.
Porto Cervo, 60 euro per due caffè
Nel 2023 era stato Porto Cervo a conquistare il podio degli scontrini estivi. Due turisti romani avevano raccontato di aver pagato 60 euro per due caffè accompagnati da due bottigliette d’acqua e cioccolatini.
Nello stesso locale, secondo un’altra testimonianza riportata dalla stampa, due Spritz erano arrivati a 70 euro. Una cifra che trasforma l’aperitivo in una piccola operazione finanziaria.
Il dettaglio interessante è sempre lo stesso: le località di lusso non vendono soltanto il prodotto. Vendono posizione, atmosfera, panorama, esclusività e, spesso, una certa idea di status.
Gera Lario e il toast diviso a metà
Poi c’è il caso che ha inaugurato una stagione ormai diventata quasi un genere narrativo: due euro per tagliare un toast.
Nel 2023, a Gera Lario, sul lago di Como, un cliente aveva ordinato un toast vegetariano con patatine da 7,50 euro e chiesto di tagliarlo a metà. Sul conto erano comparsi altri due euro per il piattino aggiuntivo, portando il totale a 9,50 euro.
Il gestore aveva difeso la scelta spiegando che servivano un secondo piattino, un secondo tovagliolo e ulteriore lavoro al tavolo. «Le richieste supplementari hanno un costo», aveva spiegato.
Finale Ligure, due euro per un piattino
Quasi contemporaneamente, un’altra storia aveva fatto esplodere una polemica nazionale. In un’osteria di Finale Ligure compariva un supplemento di due euro per un “piattino condivisione”.
La vicenda riguardava una madre che voleva far assaggiare alcune trofie al pesto alla figlia di tre anni. Il locale applicava una maggiorazione per i piatti divisibili in due, indicandola nel menu.
La formula aveva però generato un dubbio non irrilevante. Se il piatto è tecnicamente “divisibile per due”, quando scatta davvero la maggiorazione? La domanda aveva spinto anche il presidente dell’Unione Nazionale Consumatori Massimiliano Dona a definire ambigua la formulazione.
E poi ci sono quelli che pagano troppo poco: il caso del Senato
La saga degli scontrini ha però un’altra faccia, decisamente più politica. È quella dei conti apparentemente troppo bassi nei palazzi delle istituzioni.
Lo scontrino più famoso è quello della mensa del Senato diventato virale negli anni. Una fotografia mostrava un pasto completo con trofie, tagliata, insalata, ananas e torta della nonna per 11,41 euro, con il solo cibo che ammontava a circa 7,50 euro.
La storia, però, aveva un retroscena fondamentale. Quello scontrino apparteneva alla mensa del personale di Palazzo Madama, non al ristorante riservato ai senatori.
La differenza non è marginale. Il prezzo di un filetto alla griglia nel ristorante dei senatori, secondo la documentazione storica riportata da Facta, arrivava a 24,06 euro.
Dunque quello scontrino da 7,50 euro, continuamente riproposto sui social come prova di un pranzo parlamentare a prezzi stracciati, è una storia vera ma raccontata spesso senza il contesto corretto.
Il ristorante della Camera e la matematica del privilegio
Il capitolo più interessante riguarda però il ristorante di Montecitorio. Secondo dati relativi al periodo settembre 2024-giugno 2025, il ristorante riservato ai deputati aveva registrato 11.484 transazioni per un incasso complessivo di 296.757 euro.
La transazione media risultava quindi pari a circa 25 euro. Un dato che ridimensiona almeno in parte l’immagine del parlamentare capace di mangiare quotidianamente un pranzo completo per pochi euro.
Nel 2023, inoltre, il contributo massimo della Camera al pasto era stato ridotto di due euro, scendendo a otto euro a deputato. La scelta era stata collegata alla nuova impostazione del servizio e alla valorizzazione delle produzioni locali.
Eppure il tema non scompare. Perché il problema politico non è soltanto quanto paga il singolo deputato. È quanto costa complessivamente il sistema di ristorazione e quanto una parte della spesa venga sostenuta attraverso meccanismi istituzionali.
Lo scontrino pazzo è diventato il nuovo souvenir italiano
Dai due euro del bagno di Sorrento ai 48,10 euro del “contributo volontario” di Forte dei Marmi, passando per i 44 euro dei due gelati romani e gli 81 euro veneziani, l’Italia turistica sembra aver trasformato il conto in una forma di intrattenimento.
La rete amplifica tutto, naturalmente. Una fotografia di pochi centimetri può ottenere migliaia di condivisioni e trasformare un episodio individuale in un processo collettivo contro un’intera categoria.
Ma sarebbe altrettanto ingenuo sostenere che ogni prezzo elevato costituisca una truffa. Un servizio premium può costare molto, un locale prestigioso può applicare tariffe elevate e un extra può avere un costo reale.
Perché forse il segreto è sapere prima quanto costerà un caffè e non scoprire soltanto alla cassa che anche respirare, sedersi, dividere, ascoltare musica o andare in bagno aveva un supplemento.
Di Dario Lessa
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