Iran in fiamme: la repressione del regime, la guerra e il sogno di una nuova democrazia
Ce ne parla Mario Filippo Brambilla di Carpiano, Presidente dell’associazione Iran in Italia
L’Iran sta attraversando uno dei momenti più bui e, al contempo, decisivi della sua storia moderna. Ora si trova nel cuore di una tempesta geopolitica che minaccia di ridefinire gli equilibri dell’intero Medio Oriente. All’ondata di proteste interne che da mesi scuote il Paese, si è aggiunto nelle ultime settimane il massiccio intervento militare di Stati Uniti e Israele. L’operazione congiunta, culminata con pesanti bombardamenti su obiettivi strategici a Teheran, Isfahan e nei centri nevralgici del programma nucleare e missilistico, ha inferto un colpo durissimo alle infrastrutture del regime, portando all’assassinio di figure chiave della leadership della Repubblica Islamica.
Mentre i cieli sono solcati dai raid e la risposta missilistica iraniana si estende verso le basi regionali e il territorio israeliano, il bilancio civile è catastrofico. Con oltre un migliaio di morti segnalati in pochi giorni e un sistema ospedaliero ormai al collasso, la popolazione si ritrova schiacciata tra la morsa del conflitto esterno e la violenta repressione interna operata da un regime che, per sopravvivere, ha imposto un totale isolamento informativo.
Per comprendere questa fase critica, abbiamo incontrato Mario Filippo Brambilla di Carpiano, Presidente dell’associazione Iran in Italia. Geopolitico e attento osservatore dei diritti umani, Brambilla di Carpiano rappresenta una figura di riferimento in Italia per la comprensione delle istanze di libertà del popolo iraniano e dei complessi scenari di transizione democratica.
Con oltre un migliaio di morti segnalati in pochi giorni e ospedali al collasso, come sta gestendo la Mezzaluna Rossa iraniana l’emergenza, considerando che il Paese è già stremato da anni di sanzioni?
«Purtroppo il regime della Repubblica Islamica ha il pieno controllo di internet, che chiude senza remore per isolare ancor di più la popolazione e attuare un massacro capillare di chiunque manifesti dissenso. Da quanto so, la Mezzaluna Rossa è attiva nel soccorrere i feriti per quanto possibile in questa situazione di emergenza. Più che per le sanzioni, che colpiscono prettamente il regime, la popolazione è esausta per via della repressione continua. L’economia dell’Iran è al collasso soprattutto perché la Repubblica Islamica, in tutti questi 47 anni, ha dilapidato le ingenti ricchezze nazionali per sostenere guerre e regimi esteri — peraltro quasi tutti caduti — e non per migliorare le condizioni di vita del suo popolo o far avanzare la nazione».
La retorica ufficiale parla di “liberare il popolo iraniano”. Tuttavia, la storia recente (Iraq, Libia) suggerisce cautela. Quali sono le prove che esista un piano reale per una transizione democratica, e non solo l’intenzione di installare un nuovo governo?
«Io non sono né per l’esportazione della democrazia, né per modelli politici esogeni; ai tempi dei nostri interventi militari in Iraq e Libia sono stato un fermo oppositore a questa deriva pericolosa. Ma il caso dell’Iran è completamente differente. In Iran è in corso da mesi una rivoluzione nazionale della popolazione contro gli ayatollah e la teocrazia. Gli iraniani, attraverso le generazioni e le etnie, chiedono il cambio di regime: vogliono la libertà di poter decidere il loro futuro e sognano di rimettere al centro la laicità e l’interesse nazionale al posto dell’Islam politico.
Il leader dell’insurrezione nazionale è il Principe Reza Pahlavi, che ha un fortissimo seguito tra gli iraniani sia dentro che fuori dal Paese. Il figlio dello Scià è l’unico garante della transizione alla democrazia e ha dei piani politici dettagliati per traghettare il Paese dal momento della caduta degli ayatollah fino al referendum istituzionale e all’assemblea costituente. Questa road map è contenuta nell’Iran Prosperity Project, un documento pubblico che consiglio di esaminare».
Recentemente è stata colpita una scuola femminile iraniana causando 165 vittime: secondo lei si è trattato di un errore “di mira” della coalizione esterna o di un atto deliberato del regime per fomentare l’odio?
«Occorre attendere di avere informazioni più precise dal fronte».
Tutti sogniamo un Iran libero e democratico: crede che questa transizione avverrà davvero?
«La Repubblica Islamica è già consegnata alla storia; per i seguaci di Khomeini questa volta è troppo dura conservare il potere. Ci sono milioni di persone determinate a rovesciarli con cui dovranno vedersela nel momento in cui cesseranno i bombardamenti. La speranza concreta è che possa avvenire il processo di transizione guidato da Reza Pahlavi, l’unico in grado di evitare una guerra civile e la disgregazione territoriale.
Il patto che lui ha stretto con gli iraniani consiste nel garantire lo svolgimento di un voto libero, in cui la popolazione deciderà il proprio futuro senza condizionamenti e nel rispetto dei diritti civili. In Iran è in corso un massacro senza precedenti nella sua storia moderna: una tragedia generazionale perpetrata da un regime fanatico che odia il suo stesso popolo, il quale è disarmato. Purtroppo, solo la forza di una guerra d’intervento può abbattere le strutture repressive del regime della Repubblica Islamica».
Nota dell’Associazione: L’Iran in Italia continua a monitorare i flussi informativi provenienti dalle province più isolate, dove la repressione sembra essere più violenta a causa della mancanza di riflettori internazionali.
Di Dario Lessa
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