L’economia sommersa in Italia vale oltre 77 miliardi

L'impatto del lavoro nero e del caporalato: i settori più coinvolti

by Dario Lessa
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L’economia sommersa in Italia vale oltre 77 miliardi

L’impatto del lavoro nero e del caporalato: i settori più coinvolti

Il lavoro nero e il caporalato rappresentano una realtà economica di dimensioni rilevanti che frena lo sviluppo dell’Italia e sottrae risorse fondamentali allo Stato. Secondo una recente analisi dell’Ufficio studi della Cgia su dati Istat, il volume d’affari generato dall’economia sommersa supera i 77 miliardi di euro all’anno. Questa enorme massa di denaro sottratta al fisco dimostra come il fenomeno non sia affatto marginale ma strutturale. Oltre un terzo della ricchezza prodotta irregolarmente, precisamente il 35,7%, si concentra nelle regioni del Mezzogiorno, dove si registra anche la quota più elevata di lavoratori coinvolti. Tuttavia, l’allarme sociale riguarda ormai l’intera penisola, poiché il lavoro sommerso mostra numeri preoccupanti anche nelle dinamiche produttive del Centro-Nord.

L’identikit geografico dell’irregolarità descrive un Paese diviso in due, dove alcune aree evidenziano una propensione al sommerso decisamente superiore alla media nazionale. Il valore aggiunto prodotto dal lavoro irregolare tocca i 27,5 miliardi nel Mezzogiorno, seguito dai 19,4 miliardi del Nordovest, dai 16,5 miliardi del Centro e dai 13,7 miliardi del Nordest. Se analizziamo la propensione al nero delle singole regioni, la quota più elevata interessa la Calabria con l’8,3% del valore aggiunto totale. La Campania segue a ruota con il 7%, la Sicilia si attesta al 6,4% e la Puglia registra il 6,3%, a fronte di una media nazionale del 4%.

I settori più colpiti e i tassi di irregolarità

L’analisi dei dati evidenzia come i servizi alla persona rappresentino il comparto più critico per quanto riguarda la quota di occupati non regolari. In questo settore operano poco più di 615mila unità, composte principalmente da colf e badanti, che generano un tasso di irregolarità record pari al 48,8%. L’agricoltura si colloca al secondo posto di questa triste classifica con un tasso del 20,8%, che corrisponde a circa 196.100 persone. Subito dopo troviamo le attività artistiche e di intrattenimento con il 20,3% e il comparto di alloggio e ristorazione che registra il 14,4%. Dei 2.608.600 occupati non regolari stimati complessivamente in Italia, ben 979.500 si concentrano nel Mezzogiorno e 634mila nel Nordovest.

Il tasso di irregolarità calcolato sul totale degli occupati per regione conferma il primato negativo delle regioni meridionali rispetto al resto del territorio. La Calabria guida la classifica con il 17,9%, seguita dalla Campania con il 14,4% e dalla Sicilia con il 14%, mentre la media italiana si ferma al 10%. Questi dati confermano gli effetti rilevanti del fenomeno sia sul piano puramente sociale sia su quello tributario e contributivo per le casse dello Stato.

L’evoluzione del caporalato dal campo al digitale

Lo sfruttamento lavorativo si intreccia con numerose problematiche sociali, tra cui spiccano l’immigrazione irregolare, la tratta di esseri umani e l’emarginazione. Se in passato il caporalato appariva legato quasi esclusivamente all’agricoltura e all’edilizia, oggi la piaga interessa un numero crescente di settori produttivi nazionali. I dati dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro indicano che l’agricoltura e l’edilizia registrano i maggiori casi accertati, ma lo sfruttamento emerge anche nella logistica. Accanto alle forme tradizionali di caporalato, i sindacati segnalano la diffusione di nuove modalità tecnologiche riconducibili al cosiddetto algoritmo informatico gestito dalle piattaforme. In questi casi un software organizza e valuta l’attività dei lavoratori, determinando spesso l’esclusione dal mercato dei rider e di altri operatori digitali.

Il comparto maggiormente investito da questa piaga resta comunque l’agricoltura, a causa della forte richiesta stagionale di manodopera in luoghi isolati. Fenomeni di sfruttamento ai danni degli immigrati caratterizzano da decenni l’Agro Pontino, l’Agro nocerino-sarnese, Villa Literno, la Capitanata e la Piana di Gioia Tauro. Le forze dell’ordine scoprono ormai da almeno venti anni decine di casi criminali anche nelle ricche aree agricole della pianura padana. Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna mostrano dinamiche di caporalato molto simili a quelle storicamente registrate nelle campagne del Mezzogiorno d’Italia.

Di Dario Lessa

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