Italia, lavoro a tempo ridotto: un freno per crescita e pensioni
Con una media di 32,8 anni di vita lavorativa, il Paese è penultimo in Europa. Solo la Romania fa peggio, mentre Olanda, Svezia e Danimarca guidano la classifica.
L’Italia si conferma tra i Paesi europei in cui la vita lavorativa è più breve, con una durata media di 32,8 anni. Il dato, contenuto nell’indagine “Demografia, occupazione e previdenza – L’Italia nel contesto europeo” elaborata da CNA Area Studi e Ricerche, colloca il nostro Paese al penultimo posto nell’Unione, davanti soltanto alla Romania. Un risultato che contrasta con quello dei Paesi leader come Olanda, Svezia e Danimarca, dove l’arco temporale lavorativo supera i 40 anni.
La distanza con il Nord Europa non è soltanto statistica ma riflette divergenze strutturali profonde. In Italia il percorso lavorativo è spesso spezzato o ritardato da lunghi tempi di ingresso nel mercato, legati a un mix di fattori che vanno dall’elevata disoccupazione giovanile alla diffusione di contratti temporanei, fino al fenomeno del lavoro sommerso. Allo stesso tempo, l’uscita anticipata di molti lavoratori, favorita da norme previdenziali flessibili e dalla scarsa permanenza attiva degli over 60, riduce ulteriormente la durata media.
L’impatto economico è evidente: meno anni di contributi significano pensioni più basse e un sistema previdenziale sotto pressione, mentre sul piano macroeconomico una forza lavoro attiva per meno tempo limita il potenziale di crescita del PIL. In un contesto di invecchiamento demografico, questo squilibrio rischia di amplificare il rapporto tra popolazione inattiva e popolazione attiva, accentuando il peso fiscale e sociale sulle nuove generazioni.
Per colmare il divario con i Paesi più virtuosi servono interventi strutturali che agiscano su più fronti, favorendo un ingresso più rapido e stabile dei giovani nel mondo del lavoro e incentivando la permanenza attiva degli over 60. Solo un allungamento sostenibile della vita lavorativa potrà rafforzare la competitività italiana e garantire l’equilibrio del sistema previdenziale in un’Europa sempre più orientata a carriere lunghe e continuative.
A cura di Dario Lessa
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